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lunedì 10 novembre 2014

Cimice didattica

Curioso, che proprio quest'anno climaticamente strano anche per la scarsa presenza delle consuete cimici che sono solite intrufolarsi nelle nostre abitazioni attraverso il bucato steso e ritirato, è capitato di portare in tavola un vero e proprio succo di cimice.
Il cavallo di Troia è stato un Pinot Nero dell'Oltrepo, che mi è stato regalato e presentato come vero succo d'uva...

Ora, estimatori e detrattori a parte dell'espressione pavese di quell'uva scontrosa e volubile che è il pinot nero, interessa in questa circostanza prendere nota di uno dei più didattici difetti del vino di cui si parla nei corsi di degustazione, e che tuttavia, per fortuna, non è così come frequente come la classica "puzza di tappo" o di "straccio bagnato".


Difetto di fermentazione
Come possiamo facilmente leggere su internet, la colpa di questa terribile sensazione olfattiva è dovuta a un ceppo di alcoli superiori che si sviluppano durante la fermentazione, riconducibili a una sorta di sensazioni "erbacee distorte" che ricordano in maniera inequivocabile, appunto, la puzza delle cimici quando vengono schiacciate.
Il problema è che questo Pinot Nero pavese all'inizio si è presentato nel bicchiere con una bella effervescenza accompagnata da degli odori "confusi" ma per nulla sgradevoli. Se non fosse che, svanita dopo qualche attimo l'effervescenza iniziale, ha cominciato subito ad emanare il vomitevole difetto. Niente, cena rovinata, bottiglia nel lavandino. Pinot nero pavese rimandato a settembre dell'anno prossimo, quando le cimici, si spera, svaniranno dal vino e torneranno nell'atmosfera. 

domenica 30 gennaio 2011

Un cannonau sella e cimice

Stamattina sono sceso in cantina per pescare nella 'riserva discount' di mio padre un rosso adatto per accompagnare la tasca di vitello ripiena preparata da mia madre, e la polenta che mi accingevo a rimestare. Fatta quasi interamente con farina di grano saraceno e una piccola parte di farina di mais 'fioretto'.
Tra le varie bottiglie ho notato l'etichetta della linea da supermarket di Fontanafredda, azienda langarola comparsa proprio nel post precedente. Langhe Doc Nebbiolo 2006. Proviamolo. Lo porto in cucina e lo lascio un'ora ad acclimatarsi mentre, tra una rimestata col tarel e l'altra, continuo la lettura de La solitudine dei numeri primi, bestseller scritto, guarda caso, proprio da un piemontese.
Stappo il vino, annuso il tappo e... tombola. Rovinato. Muffito. Il sughero secco e compattissimo, il vino inacidito. Sarà un caso ma l'assaggio sorprendente del Dolcetto La Lepre rimane una lieta sorpresa per un'azienda che, almeno nella linea da supermercato, continua a lasciarmi scettico. Un numero primo anch'esso, insomma, quel Dolcetto fortunato. Ridiscendo negli inferi dei vini da discount, lascio il Piemonte e cerco consolazione in Sardegna.

Sardegna Doc Cannonau 2007 Sella e Mosca

Stavolta il tappo non ha difetti di conservazione. Il vino ha colore rosso brillante con sfumature granate. Al naso è assai poco invitante. Il sottile strato di frutti rossi e acidelli come amarene e ribes è soffocato da un prepotente sentore selvatico. E' quello che gli esperti chiamano cuoio ma che qui è più complesso e comprende un po' tutto il mondo dei cavalli, dal sudore alla sella bagnata fino allo stallatico.
A questi si aggiunge un evidente sentore sapido come quello che si ha quando si apre un barattolo con il sale nella nostra casa al mare rimasta chiusa per un anno. E, infine, delle sgraziate note balsamiche che dovrebbero richiamare la macchia mediterranea e quindi il mirto, il pino d'aleppo o il corbezzolo e che invece ricordano tanto l'olezzo delle cimici schiacciate.
In bocca ha una buona freschezza ma è 'polveroso', caldo e mediamente tannico. E' meno sgraziato che al naso, anche se sono sempre evidenti le note selvatiche e 'verdi', con l'aggiunta di un pizzico di pepe verde che chiude l'assaggio.
Insomma, indipendentemente da un prezzo che sarà certamente molto basso, diciamo che l'azienda sarda più famosa sul continente con questo Cannonau ha toppato. C'è decisamente di meglio. Sia nella sua vastissima gamma per tutti i portafogli, sia in quella di altre aziende, pure 'da supermercato'. Perché se è questa la tanto giustamente decantata 'tipicità' dei vitigni autoctoni italiani come, appunto, il cannonau, no grazie. Tutta la vita un merlot del Veneto.

martedì 26 maggio 2009

Cruasé: poche gioie, molti dolori

Spiace sempre stroncare singole etichette, spiace ancora di più stroncare un'intera tipologia. Dispiace meno quando la tipologia è elevata in pompa magna da faraonici investimenti promozionali atti a convincere il mondo degli addetti al settore che dietro sì bella immagine si cela un contenuto all'altezza delle aspettative create dagli strilloni.
Ma partiamo con ordine. Ieri sera, nella principesca cornice del giardino delle rose della Villa Reale di Monza, si è tenuto un grande banco d'assaggio dei vini dell'Oltrepo Pavese. Bianchi e rossi, con un'attenzione particolare per quel Metodo Classico da uve pinot nero, fresco Docg, e alla sua variante in rosa che, grazie a qualche mente arguta, dal 2010 prenderà il nome di Cruasé (cru + rosé). Un marchio registrato, ovviamente. Perché una parola così bella e geniale rischiava di attirare torme di contraffattori, ansiosi di replicare altrove un prodotto così talentuoso. E qui chiedo scusa ai produttori delle - quelle sì - grandissime bollicine trentine.
Vuoi per restare attaccato con le unghie alla mondanità del mondo del vino che può portare interessanti contatti di lavoro, vuoi per curiosità personale, mi sono presentato alla serata cercando di non pensare a quel terribile incontro che avevo avuto in sala stampa al Vinitaly con il Pinot Nero Rosé di uno dei produttori di punta dell'Oltrepo. Effettivamente nessuna delle etichette assaggiate nel Serrone della Villa Reale ha replicato lontanamente il livello infimo di quel vino fetente, incappato evidentemente in un'annata sfortunata, visto che, sarà un caso, ma è stato prudentemente lasciato a casa dal produttore che stavolta ha preferito mettersi in mostra con due Blanc de noirs di discreta fattura.
Ad ogni modo, dopo aver alzato un tot di volte il calice del futuro Cruasé, la netta impressione che ho avuto, confermata anche dai miei compagni di degustazione, è che si tratti di un vino assolutamente sovrastimato. Spesso citrino, amarognolo e con ricorrenti puzzette di aglio e cipolla davvero molto poco invitanti.
Urge tuttavia segnalare qualche etichetta virtuosa.

I virtuosi
Tra tutti gli OP Metodo Classico Pinot Nero Rosé, quello dell'azienda Fiamberti si è distinto per corpo, eleganza, finezza delle bollicine e piacevolezza di beva. Buone conferme anche da grandi nomi come Ca' di Frara, autrice di un discreto Cruasé.
Tra gli altri Metodo Classico un encomio speciale al Vengomberra Brut, un millesimato da Pinot Nero + Chardonnay secchissimo e finissimo prodotto dall'azienda di Bruno Verdi. Pregevole, infine, anche il Blanc de noirs della Fattoria il Gambero.

In conclusione
Stando alla degustazione, il pinot nero conferma il suo carattere difficile soprattutto nella vinificazione in rosa. Lo standard qualitativo medio non riesce ad entusiasmare e, nonostante i toni trionfalistici di Carlo Alberto Panont, direttore del Consorzio Tutela Vini Oltrepò Pavese, dimostra che l'Oltrepo Pavese è distante ancora anni luce dalla Montagna di Reims. Prendiamone atto e cerchiamo di non far ricadere sul consumatore finale il costo di una campagna promozionale tanto ambiziosa.
N.T.

martedì 3 febbraio 2009

Barolo in salamoia

Domenica mattina. Vetri appannati, giornata fredda e tepore casalingo ravvivato dal profumo della carne arrosto e della polenta che strepita nel rame. Scendo in cantina e punto diritto al ripiano più alto, quello dedicato ai "piemontesi". Ho voglia di Barolo, stavolta non c'è Chianti, Valpolicella o Montepulciano che tenga.
Prendo la bottiglia di un produttore a me caro perché è simpaticissimo e mi ha abituato a grandi vini. Questa sua selezione di Barolo, però, non l'avevo ancora assaggiata. Risalgo in cucina.

La degustazione
Dopo un'ora, svanita la condensa sulla bottiglia, prendo il cavatappi e apro. Tappo perfetto. Verso il vino. "Però, com'è scuro!", penso. Annuso. Poco o nulla, troppo freddo ancora. Aspetto.
Vado alla luce. Il colore è granato ma decisamente più scuro e intenso rispetto a quello dei vari nebbiolo piemontesi o valtellinesi che ho assaggiato in passato, solitamente poverelli di estratti. Oltretutto della caratteristica tonalità aranciata nemmeno il più piccolo accenno. D'accordo, l'annata è la 2004, la più giovane attualmente in commercio, però la cosa mi lascia un tantino stupito.
Stringo il baloon tra i palmi caldi delle mani, do una ruotatina veloce e annuso, pronto ad abbandonarmi all'intensità del Barolo. "Tutto qua?", penso. "Mah. Diamogli ancora qualche minuto". Comincio a valutare complessità e finezza.
Ciliegie, prugne, un pizzico di noce moscata, sottobosco. Mica tanto eleganti, però. Anche perché..."Ma cos'è quest'odore sgradevole? Sa come di...olive in salamoia, ma potrebbero essere anche cetrioli...Cos'è, un Cabernet andato a male?".
Ruoto il calice nel tentativo di eliminare le fastidiose puzzette ma ottengo il risultato opposto. Con 1-2 gradi in più le olive in salamoia si mischiano con il peperone cotto e con il limone rancido. "Terribile", penso, mentre vado in cucina a versare il vino nel lavandino. E' la prima volta che mi capita di non riuscire a bere un Barolo. Chiedo consigli a voi su cosa possa essere successo ma in cambio non chiedetemi il nome del produttore. La mia cantina non può garantirmi le giuste condizioni di conservazione. Certo che, in ogni caso, le conserve di olive e il secchio per il compostaggio li tengo al piano di sopra, ben lontani dalla cantinetta dei vini...
Nicola Taffuri