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giovedì 30 marzo 2023

Cena valtellinese... vista Gran Sasso

Solitamente quando devo scegliere cosa abbinare alla cucina territoriale preferisco pescare dalle cantine, appunto, del territorio. In occasione però di una recente cena di fine inverno con homemade pizzoccheri, costine e polenta ho deciso di sacrificare una bellissima bottiglia di Montepulciano d'Abruzzo che mi era stata regalata l'estate scorsa da un'amica di ritorno da una vacanza sul Gran Sasso.

Questo vino nasce da uve prodotte sopra i 550 metri s.l.m. sulle colline all'interno del Parco nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, dove il terreno argilloso-calcareo, unito all'escursione termica tra la potente insolazione diurna e le notti fesche, favoriscono la massima espressione dell'uva montepulciano.
Non bastassero i 15 gradi riportati in etichetta, già dal colore rosso scuro impenetrabile ci si accorge di essere al cospetto di un vino importante, di quelli da versare con attenzione per non rovinare la tovaglia, quella bella. Un pratico sottobicchiere e il problema è risolto.
I profumi intensi di prugna matura, ciliegia sotto spirito, marmellata di amarene si accompagnano a note terrose, selvatiche e speziate che ricordano il cuoio e il pepe nero per sfumare su tonalità balsamiche di eucalipto. Questa complessità aromatica ha un ottimo riscontro in bocca, sostenuta da una vivida acidità e da un ruvido tannino che fanno intuire che questo 2018 è un giovincello che ha davanti ancora un po' di strada da fare. Già pronto oggi principalmente con piatti strutturati di carne, andrebbe rivisto anche tra qualche anno per sondare la sua evoluzione nel tempo, per gustarlo anche a fine pasto con un bel caciocavallo stagionato.
Ottimo come alternativa a un classico Valtellina Superiore con i pizzoccheri, meno bene con carne alla brace o al forno, asciuttina e leggermente amarognola per via delle bruciacchiature. Il tannino, la freschezza e la nota alcolica importante suggeriscono piatti più elaborati con un intingolo, tipo i brasati e il gulasch, dove stemperare alcol e polifenoli.
I vini potenti sono davvero buoni se non ti mandano ko dopo il primo calice, il Testarossa è uno di questi.

lunedì 27 febbraio 2023

Gros Jean, un valdostano dall'accento burgundo

 

Tra le mode del momento sì è fatta strada da qualche anno quella dell' "adozione a distanza" di alberi, stelle, stalle, arnie e...vigneti. E così grazie a mio cugino Marco mi sono ritrovato padre adottivo di un filare di pinot nero in quel di Quart, località valdostana distante, appunto, quattro miglia romane dal capoluogo Aosta, a un'altezza di circa 500 metri sul livello del mare.

Qui l'azienda biologica Gros Jean offre la possibilità di adottare due crus: il più recente Rovettaz e lo storico Tzeriat, posto tra i 750 e gli 800 mt s.l.m. e da dove proviene, appunto, il "mio" Pinot Nero, annata 2020.

Premesso che il pinot nero di stile borgognone è il mio rosso preferito, devo dire che in questo vino ho ritrovato tutte le piacevoli sensazioni provate andando per cantine da Beaune verso nord lungo tutta la Côte d'Or.

Il colore rosso rubino scarico, le intense sensazioni di piccoli frutti rossi e amarene che danzano con i sentori speziati di caffé, liquirizia e sottobosco, mi hanno riportato a quella Francia, spesso tronfia e pretenziosa ma tanto seducente nella sua schietta personalità.

Parliamo comunque di un'annata ancora giovane ma già pronta e alla portata di tutti, da bere tutti i giorni in compagnia di primi piatti strutturati o di secondi di carne, grigliate o arrosto, piuttosto che da assaporare a fine pasto in compagnia di un formaggio grasso di capra o di un gorgonzola nostrano. Volendo giocare con la temperatura di servizio si potrebbe anche abbinare, servito a non più di 14°, a un filetto di tonno o di pesce spada alla griglia. Non siamo nell'olimpo del Pinot Nero, ma nella rassicurante "comfort zone" di un ottimo vino versatile e ben rappresentativo di un vitigno e del suo terroir.

Ultima nota di merito l'etichetta elegante sulla classicissima borgognotta, con stampato il cognome del padre adottivo.

lunedì 21 novembre 2022

Teo Costa, il Roero che ti aspetti

Castellinaldo d'Alba visto da Guarene. Sullo sfondo,
il Cervino e il Monte Rosa.
Dalla torre di Barbaresco ammiravo il paesaggio circostante, pennellato da tutti i colori dell'autunno e incorniciato nella magnifica corona alpina imbiancata a fresco, e notavo la piega del Tanaro là sotto, e l'andamento verso nord della corrente, provocandomi una sorta di vertigine dovuta alla mia abitudine lombarda a vedere i fiumi scorrere verso sud. E allora mi sono detto perché non capovolgere anche la prospettiva vinicola e andare a scoprire cosa c'è sulla riva sinistra, nel Roero?.

Al di là dell'aspetto romantico e paesaggistico ero convinto che, per usare il caro vecchio Monopoli come metafora, passando dalle Langhe-Parco della Vittoria al Roero-piazza Giulio Cesare, anche i prezzi dei vini sarebbero stati più accessibili senza rinunciare neanche a una goccia di qualità.

Caduto l'occhio sul bricco di Guarene, dirimpettaio rispetto al feudo di Gaia, apro le mappe di Google in cerca di una cantina in zona e tra le proposte mi si accende una lampadina sul nome di Teo Costa in Castellinaldo. Deja vu o intuito chi lo sa, imposto il navigatore e si parte.

E' un primo pomeriggio di sabato, siamo nel pieno dell'alta stagione del tartufo - a Grinzane Cavour è in corso l'asta - e il cortile di Teo Costa ospita diverse auto immerse nella bruma profumata di vinaccia.

Entriamo in cantina e veniamo subito accolti dalla gentilezza di Viviana Costa che, insieme ai fratelli Manuel e Isabella, rappresenta la quinta generazione di questa famiglia di vitivinicoltori attiva dai tempi di Cavour.

La sala degustazione è molto accogliente e luminosa e offre un balcone sulle Alpi. Lo sguardo cade su alcune bestiole al pascolo nella radura sottostante. "Sono maiali neri piemontesi, che mio padre Roberto ha reintrodotto in questi anni incrociando diversi ceppi di maiale nero italiano per ripristinare questa antica razza autoctona". Muso e colletto bianchi per 200-250 kg di carne eccellente. 

"Mangiano di tutto, in questo periodo principalmente le vinacce di scarto della vinificazione".

L'ottimo salame e lo strepitoso prosciutto serviti in degustazione sono lo straordinario prodotto di questa seconda passione di casa Costa. Ma le sorprese sono appena cominciate.


Dall'Arneis al Barolo attraverso i territori della Barbera e del Dolcetto

La formula proposta è molto onesta e accattivante. La degustazione di 3 vini a scelta costa 20 euro, quella da 5 costa 30 euro. Con l'acquisto di almeno un cartone ciascuno il costo di degustazione viene azzerato. Sul tavolo scorreranno racconti del territorio, dettagli tecnici di vinificazione e grissini a volontà accompagnati dagli strepitosi salumi di nero piemontese e dal leggendario Bettelmatt, il  preziosissimo formaggio prodotto negli alpeggi dell'alta Val d'Ossola che solo un vero appassionato del buon gusto può pensare di proporre in degustazione. Anche in questo scommettiamo che c'è lo zampino del sig. Roberto.

Alla fine assaggeremo sei vini e compreremo un cartone di Roero, uno di Barbera d'Alba e una magnum di Barolo. Non sono rimasto impressionato né dall'Arneis degustato, che mi è sembrato "scappar via" un po' troppo velocemente dalla bocca, né dal Dolcetto, vinificato alla vecchia maniera senza passaggi in botte, per mantenere la sua natura di vino da tutto pasto e da tutti i giorni.

Al contrario, la Barbera d'Alba Docg Castellinaldo ha impressionato per potenza e ricchezza sia all'olfatto sia al gusto. Mi sono permesso di definirla una barbera "barolizzata", perché evidentemente la palestra del passaggio in botte le ha fatto spuntare dei muscoli da vino potente e complesso. Del resto qui si scolpisce questo volto importante alla barbera, per quella acidella, beverina e magari frizzantina chiedere nell'astigiano o nel Monferrato.

Molto buono anche il Roero Docg "Batajot", con le tipicissime note fruttate e terrose del nebbiolo e le speziature dell'affinamento, con un contorno vegetale davvero gradevole.

Dai vigneti in Novello ecco anche uno stupendo Barolo Docg "Monroj" da uve nebbiolo lampia, sontuoso vino da invecchiamento, affinato 30 mesi in botti di rovere grandi più altri sei in bottiglia, con le tipiche note tartufate e di idrocarburi e un ventaglio di aromi che si allarga sorso dopo sorso.

Tutti vini eccellenti, potenti e dall'ottimo rapporto qualità-prezzo. Una cantina dove tornare per godere dell'ospitalità e saggiare l'evoluzione dei suoi prodotti nel corso degli anni. "Arvedse" signori Costa!

martedì 13 settembre 2022

Cenere e vino

Picon, viento y océano. Sta tutta qua Lanzarote, la più selvaggia delle Isole Canarie, forgiata dai vulcani, morsa dalle onde dell'Atlantico e modellata dagli Alisei - quelli che diedero una spintarella a Cristoforo Colombo nel suo viaggio verso il nuovo mondo, per intenderci - che soffiano quasi incessantemente sulle sue coste. Un'isola estrema dall'aspetto lunare con un cuore ricco di meraviglie, proprio come la verde olivina incastonata nella nerissima pietra lavica che ricopre interamente l'isola.
L'ultima catastrofica eruzione fu quella che diede origine al parco vulcanico del Timanfaya, principale attrazione dell'isola valorizzata, come le altre perle locali, da quel geniaccio di Cesar Manrique

Vigneti a La Geria. Sullo sfondo, 
il profilo dell'imponente Caldera Blanca.
Dal 1730 al 1736 le eruzioni coprirono interamente la parte agricola di Lanzarote, costringendo nei decenni successivi gli abitanti rimasti ad abbandonare la coltura cerealicola puntando sulla viticoltura.
Una manciata di ettari in mano a pochi proprietari, spesso legati al potentato ecclesiastico, che hanno adattato la nuova coltura alle condizioni climatiche: viti basse, interrate in piccole fosse di cenere protette dal vento da muretti di pietra lavica. Queste piccole conche aiutano anche a trattenere per quanto possibile l'umidità notturna o delle rare piogge stagionali.
Risultato: poca uva di eccellente qualità, i cui aromi sono amplificati dalle forti escursioni termiche tra il giorno e la notte, come si conviene a una terra posta all'altezza del Sahara, che ogni tanto allunga sull'isola il suo alito caldo tramite la calima.
In un ambiente del genere la scelta del vitigno non poteva che ricadere su una malvasia, uva aromatica già rodata in territori estremi simili, come la nostra Pantelleria.


Lanzarote Doc Malvasia Rubicon 2021
La cantina Rubicon si trova a La Geria, piccola località nel cuore vitivinicolo di Lanzarote, nella zona centro sud, a ridosso del parco vulcanico del Timanfaya. La sua malvasia secca del 2021 è un mirabile esempio di quello che può regalare questa terra solo all'apparenza sterile. Colore giallo paglierino limpido con riflessi dorati, consistente, conquista subito per l'incredibile potenza ed eleganza dei suoi intensi profumi fruttati. Pesca gialla, ananas e mango cedono il posto al pompelmo maturo per sfumare su venature più minerali che ricordano lo zolfo e la polvere pirica. Sensazioni che si ripresentano in bocca, incastonate nel tessuto alcolico importante (13,5°) e che restano a lungo per sfumare su un finale dolceamaro. Un vino sorto dall'inferno per rallegrare la vita dei residenti e dei turisti che decidono di concedersi una pausa all'ombra di uno degli eucalipti fuori dalla bodega.
Per poi portarsi a casa qualche bottiglia da accompagnare a un pesce al forno, a un piatto di crostacei, a un formaggio duro stagionato o a qualche fetta di pata negra
L'ultimo sorso è per chiudere gli occhi e sognare di essere ancora lì, tra picòn, viento y océano. Prezzo in cantina: 10 euro.

martedì 13 gennaio 2015

Rosso di montagna biologico

Petit rouge con l'aggiunta di un "quartino" di cornalin, fumin e premetta, tutte uve autoctone valdostane. Questa la ricetta dell'uvaggio del Torrette Supérieur della cantina della famiglia Grosjean, storici vignaioli in quel di Quart che ormai da quarant'anni hanno imboccato con successo la strada del biologico.

Vallée d'Aoste Doc Torrette Supérieur "Vigne Rovettaz" 2012
Questo vino stupisce subito per il colore rosso rubino scuro, con leggere sfumature volacee, è molto denso e consistente e ha profumi intensi di buona complessità che spazia dai piccoli frutti di bosco maturi, in particolare le more e i ribes, virando sulla confettura di amarene per poi imboccare una via floreale e di spezie dolci assolutamente accattivante. In bocca queste note dolciamare sono sostenute da un tannino maturo e soprattutto da una viva acidità che rende ogni assaggio fresco e appagante. Anche la persistenza è di tutto rispetto, per un vino territoriale assolutamente equilibrato e ben riuscito, che seduce senza ruffianerie e parla la lingua inconfondibile di questi luoghi di montagna meravigliosamente esposti a sud su pendii che offrono un'incilinazione ottimale ai raggi solari.
Un vino ottimo per un "tutto pasto" con piatti saporiti, ideale accostamento di primi piatti con ragù e con secondi di carne, soprattutto brasati e umidi, anche di cacciagione e selvaggina da piuma e da pelo.
Voto: 86

lunedì 5 gennaio 2015

Oltrepo d'autore

Visto che nel post precedente ho fatto dell'ironia cattivella e superficialotta sulla qualità dell'offerta vinicola dell'Oltrepo, faccio subito parzialmente ammenda e scrivo due righe sul Metodo Classico di una delle mie aziende preferite, Bisio Devis, 9 ettari di vigneti a metà della collina su cui sorge il borgo arroccato di Montalto Pavese.
Da quando l'ho scoperta due anni fa, non ho ancora trovato un'altra casa vinicola pavese lontanamente paragonabile per qualità ai vini di quest'azienda biologica.
Una visita in cantina val bene la strada tortuosa e panoramica che sale verso la cittadella, soprannominata la "regina dell'Oltrepo" proprio per via della sua posizione dominante la brumosa campagna sottostante. Ad accogliervi non troverete asettiche sale di degustazione ma una famiglia disposta ad aprire le porte della sua cantina di vinificazione per degli assaggi un po' spartani ma quanto mai genuini, sia per spontaneità sia per l'alta qualità dei prodotti. Provateli tutti, anche perché hanno prezzi assolutamente competitivi.
Imperdibili per il mio gusto la Bonarda e la Barbera, dai profumi esuberanti e dall'elegante e sontuosa vinosità, così come il Riesling, benché io non ami questo bianco pavese. Ben fatto, infine, questo Pinot Nero spumantizzato, dimostrazione che anche in Oltrepo questa uva difficile può, se trattata bene, dare vita a egregie bollicine. Puntualizzazione dovuta al rapporto conflittuale tra il sottoscritto e il metodo classico pavese, esacerbato in occasione di un Vinitaly di qualche anno fa durante il quale venne presentato in pompa magna l'esordiente Cruasé delle più rinomate aziende del consorzio, di cui ancora ricordo una varietà di puzzette e saporacci a dir poco imbarazzanti.

Bisio Devis Oltrepo Pavese Doc Pinot Nero Brut Metodo Classico
Colore giallo paglierino cristallino, ha spuma di buona finezza e persistenza e profumi fini di noccioline tostate, crosta di pane, agrumi e fiori di tiglio. In bocca ribadisce quanto offerto al naso, in una carezza di cremosa freschezza di discreta persistenza. Io, in onore della tradizione delle risaie della vicina Lomellina, l'ho bevuto assieme a un risotto con provola affumicata e pomodori secchi, col quale si è legato alla perfezione. Tuttavia, non avendo particolari punte aromatiche o di acidità, ce lo vedo benissimo a tutto pasto, a cominciare dalle torte salate per finire con dei crostacei alla griglia. Si tratta infatti di uno spumante gradevole, non meritevole da solo di una domenica in collina, ma certamente un valente esemplare di quanto di buono e onesto la denominazione può offrire in ambito spumantistico concentrandosi più sulla presa di spuma che sulla pompa magna... Voto: 82

lunedì 29 dicembre 2014

Sorprendente metodo classico bergamasco

La Franciacorta è poco più a sud-est, distante una ventina di km, ed è tutta bresciana. Qui siamo prima del lago di Iseo, a Cenate Sotto, in piena terra bergamasca. Eppure questo pluripremiato spumante metodo classico dimostra un caratterino degno dei più pregiati cugini bresciani Docg.


Brut Metodo Classico 2010 "Ripa di Luna" - az. agr. Caminella
A lavorare per il pubblico a Pavia sotto le feste si finisce per fare incetta di bollicine dell'Oltrepo che, per esser buoni, il mio gusto giudica spesso indegne per il palato e lo stomaco umani. Fortuna che, alle volte, arriva anche qualcosa di buono da altrove.
E' il caso di questo metodo classico che l'azienda Caminella produce in quel territorio calcareo pedemontano nei pressi di Cenate Sotto, quei "Sas de la luna" esposti al sole e asciugati spesso dal vento tiepido e secco che soffia dalle Orobie poco più a nord, il Fohn.
Figlio dell'annata favorevole del 2010, è il frutto di una cuvée tra chardonnay (90%) con quel tocco di pinot nero a dare ulteriore struttura e complessità al vino.
Colore giallo paglierino cristallino, ha bollicine finissime e persistenti e un naso vivo e accattivante che invita subito all'assaggio. Le note fragranti di lievito sono sospinte da un agrume spumeggiante, dall'aroma della frutta esotica matura e da una mineralità che, per il gusto personale, è il vero punto di forza di questo metodo classico di ottima finezza e complessità. L'assaggio è accattivante e di carattere, freschissimo e sapido, con note lievi di pasticceria che arricchiscono senza appesantire, e un finale di agrume maturo che invita a portare di nuovo il calice alle labbra. Uno spumante davvero ben fatto, che ho abbinato a Natale con vari antipasti di pesce, come il salmone affumicato con i riccioli di burro, o le cappesante in foto con le quali si è sposato a meraviglia. Sconsigliato sui salumi troppo saporiti per via della sospinta acidità e sapidità del vino che farebbe a gomitate con il sale e le spezie di certi affettati. Consigliatissimo invece con un Prosciutto di Parma o di San Daniele, con dei crostini con il fegato d'oca oppure a fine pasto con un bel pezzetto di Parmigiano stagionato almeno 24 mesi.
Voto: 90

lunedì 17 novembre 2014

Pizzoccheri e bollicine da rivedere

Da qualche anno uno degli abbinamenti enogastronomici più riusciti e in voga presso le serate di degustazione invernali proposte da vari ristoranti lombardi, accosta la cassoeula, tipico piatto della tradizione brianzola a base di carne di maiale e verze, allo Champagne. Del resto la finissima effervescenza e la freschezza del re degli spumanti ben si prestano ad esaltare la tendenza dolce di questo piatto robusto e popolare.
E allora perché non provare a proporre un altro abbinamento simile, mettendo tra noi e la bottiglia di metodo champenois un bel piatto di pizzoccheri valtellinesi?

Per l'occasione abbiamo scelto però il re degli spumanti italiaci, il Franciacorta Docg, precisamente l'Extra brut de La Montina, acquistato direttamente in cantina non più di un mese fa. Vediamo com'è andata.

Franciacorta Docg Extra Brut La Montina
Non male, decisamente non male. La freschezza e la ricca effervescenza di questo spumante prodotto a Monticelli Brusati nella tenuta storicamente di proprietà della famiglia Montini, che ha dato i natali al Papa Paolo VI fresco di beatificazione, ben si presta ad esaltare la tendenza dolce data dalla pasta del pizzocchero ma soprattutto dalle patate e dal formaggio. Così come i vivaci profumi agrumati e di crosta di pane valorizzano gli aromi del piatto, molto profumato. In realtà però questo pizzocchero non è venuto per la verità granché, perché troppo ricco di acqua di cottura e di formaggio latteria molto fresco che insieme hanno dato al piatto una succulenza eccessiva. Di conseguenza si è avvertita netta la mancanza della componente tannica ed alcolica, capace di fare a spallate alla pari con la robustezza del pizzocchero. Insomma, va bene l'esperimento ma un buon rosso ruvido valtellinese sarebbe stato ancora la soluzione canonica più consigliata per questo piatto. Anche se l'accostamento Extra Brut - pizzocchero è stato tutt'affatto sgradevole, anzi. Ma contro burro e  formaggio fuso ci vuole altro che questo pur buon Franciacorta.

martedì 12 agosto 2014

Weingut Hanka, ospitalità renana

Il nostro breve tour nel Rheingau (vedi post precedente) è incominciato dal celeberrimo Kloster Eberbach, monastero benedettino al cui interno sono state girate le scene del film Il nome della rosa, al quale però dedicherò il prossimo post. Faccio quindi un salto avanti di una giornata e andiamo a Johannisberg, considerato da molti il territorio più vocato per il Riesling renano e località nel comune di Geisenheim, che ospita una delle più importanti scuole di enologia del mondo. Nota anch'essa per l'omonimo monastero da dove mosse i primi passi la viticoltura renana dopo l'input iniziale dato dai romani, Johannisberg è una piccola frazione di mezza collina, dove domina lo "Schloss", il castello, che si sviluppò dall'antico monastero. Qui, per caso, nel corso del 1700 nacque l'abitudine di vinificare le uve intaccate dalla muffa nobile, che danno quel tratto dolce così caratteristico dei vini renani, dagli "spatlese" ai vari "auslese".
Oggi il castello, che ancora offre il nome alle etichette dell'omonima casa vinicola, è sede di importanti eventi e conferenze. Noi siamo invece ridiscesi un pochino verso la strada principale e abbiamo fatto visita alla famiglia degli Hanka, il cui stile, in quanto ad ospitalità e capacità enologica, è quanto di meglio l'enonauta possa chiedere ai propri viaggi.


La presentazione dell'azienda ve la lascio leggere sul sito internet o sul profilo facebook, qui andiamo subito alla sostanza. Prima di tutto, rispetto ad altre zone d'Italia assai meno blasonate o alla super celebrata Borgogna, stupiscono la semplicità e la cordialità da parte di una famiglia che apre la porta di casa a due giovanotti la cui competenza potrebbe essere misera quanto la disponibilità economica. Invece Sigrid Hanka e suo figlio Sebastian, enologo, ci fanno accomodare a un tavolino e ci fanno assaggiare a nostro piacimento tutto ciò che indichiamo loro sulla lista della loro produzione. Proviamo un Riesling Trocken, uno Spatlese Feinherb, un Kabinett e un Auslese. Per pudore - e tasso alcolico ormai sopra i livelli di guardia - evitiamo di continuare la nostra "messa all'indice" verso i più impegnativi e costosi Beerenauslese e TBA. Ma siamo sicuri che i due non avrebbero fatto una grinza e avrebbero seguitato a servirci quanto richiesto.
C'è da dire, a onor del vero, che sarebbe stato alquanto strano se due italiani - mosche rare, a queste latitudini - saliti in macchina sin lassù per scoprire i gioielli di questa zona vinicola avrebbero bevuto senza caricarsi nulla nel bagagliaio. Ma tant'è. Viva l'ospitalità renana.

Geisenheimer Klauserweg Riesling Spatlese Feinherb 2013
I Riesling.. beh, che dire? Nulla al confronto con i Riesling didattici tutto "frutto ed elasticone" serviti durante le costose serate di degustazione in Italia. Questi sono vini eleganti, dove la componente aromatica e fruttata del riesling si incontra alla perfezione con le componenti minerali del terreno, e dove la nota dolce si sposa meravigliosamente con una freschezza che spinge la beva sempre un gradino più in là.
Personalmente io amo i Riesling più secchi, ma la freschezza e l'eleganza dei "botritizzati" manda a carte all'aria tutta la nostra scala di dolcezze a cui siamo abituati.
Alla fine ho comprato quattro Pradikat "feinherb" (amabili) e due Pradikat Riesling "3 Generationen", tutti del 2013, e due mezze bottiglie di Auslese del 2005. Di volta in volta dedicherò loro un post a parte.
Domenica ho "sacrificato" uno dei feinherb vendemmia tardiva per uno dei miei ricorrenti piatti estivi, un risotto con il pesce persico.
Davvero eccellente. Un vino profumato - il riesling è un'uva semi-aromatica - accanto a un piatto profumato è già un ottimo preambolo per un buon abbinamento. Che si esalta tra reciproche dolcezze vivacizzate dall'ottima acidità del vino e dalla sua importante struttura. Il finale stenta a venire e lascia in bocca un dolce ricordo che allontana e rimanda "a dopo" il rituale caffé.

venerdì 3 gennaio 2014

Una punzecchiatura per Bastianich

Star della ristorazione mondiale, produttore di vini, superstar della trasmissione Masterchef e musicista rock nei - pochi - ritagli di tempo. Non li avevo ancora provati, i vini di Joe Bastianich, eclettico 45enne italoamericano con la passione per la buona tavola, i cani e la musica rock. Dopo averlo sfiorato nell'estate del 2010 quando per mie vicissitudini personali ho dovuto declinare la proposta di andare ad intervistarlo a Milano in occasione dei primi ciak della serie d'esordio di Masterchef Italia, dopo averlo sbeffeggiato, 3 giugno 2013, da una transenna di San Siro dove il buon Joe si era infilato di sfroso per assistere cocktail in mano al concerto di Springsteen prima di essere allontanato dalla security ("Joe, che dilusione!"), finalmente ci siamo incontrati.
Enologicamente, intendo.

Venezia Giulia Igt "Vespa Rosso" 2010, Bastianich Winery
Questo bel rosso "da arrosti" nasce da un mélange di uve merlot, refosco, cabernet sauvignon e cabernet franc, coltivate nei vigneti di Buttrio e Premariacco, sui Colli Orientali del Friuli una ventina di km a est da Udine. In tutto l'azienda Bastianich, fondata nel 1997, è costituita da 35 ettari di vigneto. I vigneti del Vespa Rosso beneficiano del calore proveniente dal mare e si trovano in un territorio ideale per la produzione di vini corposi e strutturati. Ecco l'annata 2010, gustata in queste festività per accompagnare un'anatra all'arancia.
Colore rosso rubino scuro, limpido e consistente, al naso rivela una buona complessità olfattiva di discreta finezza. Frutti rossi maturi e sottobosco, spezie e una pennellata erbacea tipica delle uve e del territorio, conditi da un sentore di legno dolce. Sensazioni che tornano in bocca in una struttura calda e morbida, di discreta acidità e persistenza. Pregevoli le note fruttate e speziate, personalmente odio la percezione decisa del legno d'affinamento, non perfettamente integrata nel vino. L'invecchiamento nei tonneaux e il successivo passaggio in barriques si fa un po' troppo sentire. L'impressione finale è quella di un buon prodotto fatto anche bene ma ancora incapace di emozionare. Un vino ambizioso le cui vere radici, forse, non sono nel Friuli degli avi di Bastianich ma in quel gusto americano un po' omologato che non rende piena giustizia a un terroir straordinario. Con un prezzo, 30 euro cca in enoteca, altrettanto poco italiano e molto da turista born in the Usa.
Voto: 82.

giovedì 26 dicembre 2013

Un Moscato di montagna

 Le feste di fine anno sono un momento unico per assaggiare vini e stappare bottiglie che amici, parenti e anche noi stessi abbiamo "tenuto da parte" in attesa della proverbiale "occasione giusta". Bottiglie che abbiamo in cantina da anni, così come, più semplicemente, souvenirs di recenti vacanze.
Come il Moscato secco di Chambave che mio cugino aveva preso in Val d'Aosta durante un soggiorno estivo a Courmayeur. Destinato da mesi ad accompagnare i tradizionali antipasti di mare del pranzo di Natale: salmone, cappesante, scampi e cozze gratinate.

Vallée d'Aoste Doc Chambave Muscat 2012 "La crotta di vegneron"
Le uve di Moscato Bianco, utili alla vinificazione del Vallée d’Aoste Chambave Muscat DOC, raggiungono la giusta maturazione nei vigneti dislocati sulle colline di Chambave, Pontey, Verrayes, Saint-Denis, Châtillon e Saint-Vincent. Qui, a 30 km dal fondovalle e dal confine con il Piemonte, la cantina cooperativa "La crotta di vegneron" raccoglie le uve dei 120 soci produttori e le vinifica declinandole in 15 vini della macro Doc Valle d'Aosta, dal Petit Rouge al Fumin, fino, appunto, al Muscat de Chambave.
Colore giallo paglierino brillante con riflessi dorati e di bella consistenza, al naso svela un ventaglio di profumi di fiori gialli, pesca e frutta tropicale, da cui emerge nitido l'aroma del litchi a coprire le note di erbe aromatiche che ci aspetteremmo più evidenti da un moscato. Sensazioni che si ripresentano in bocca in un corpo caldo, fruttato, morbido e di ottima acidità, con una decisa vena amarognola finale ricorrente nei vini da uve aromatiche. Un Moscato, per chi non conosce la tipologia, senza dubbio "spiazzante", tanto che si potrebbe facilmente confondere con un Gewurztraminer altoatesino. Infatti l'ho apprezzato decisamente di più con la fontina di fine pasto piuttosto che con le entrée di pesce, eccezion fatta per gli scampi. Per queste molto meglio lo Spumante Fripon Extra Dry, altro souvenir altoatesino da uve prié blanc e muller thurgau, le più alte d'Europa perché coltivate vis-à-vis con il ghiacciaio del Monte Bianco.
Voto: 80.

lunedì 18 novembre 2013

Connubio Sirmione - squacquerone

Metti l'ennesima domenica grigia, di pioggerella e temperatura mite. Metti la voglia di consolarsi in tavola con un buon piatto di mezze maniche con squacquerone, prosciutto crudo e rucola. Cosa manca? Un bel bianco, ed ecco allora spuntare dalla cantina uno dei Lugana presi a fine agosto all'Enoteca della Civielle, a Moniga del Garda. Il Ca'Lojera 2012 prodotto a Sirmione dalla famiglia Tiraboschi, proprietaria, appunto, dei 18 ettari della celebre azienda "Casa dei lupi".

Lugana Doc "Ca'Lojera" 2012
Intanto già l'etichetta è assai invitante perché rimanda a uno stile rustico e tradizionale che vuole prendere subito le distanze da qualsiasi idea di "prodotto industriale di massa". 120mila bottiglie suddivise in 9 etichette dal Lugana base fino al Merlot Monte della Guardia passando per un rosato e due spumanti non sono molte, e permettono all'azienda di mantenere sempre le radici ben piantate nella propria tradizione senza rischiare di fare il passo più lungo della gamba.
Il colore è giallo paglierino brillante e i profumi rimandano subito al sole e alle limoniere del Garda, con quell'aroma di agrumi freschi, melone bianco, biancospino ed erbe mediterranee, meravigliosamente intessuto su una pregevole linea minerale. Sensazioni che tornano alla bocca sostenute da una viva vena fresca che lascia in bocca una gradevolissima nota finale di scorzetta di limone.
Un vino di buon corpo, rotondo e generoso, che appaga l'assaggio senza lasciare spazio a indugi di sorta.

Abbinamento peraltro azzeccatissimo perché i 13 gradi del vino si stemperano nell'acquosità dello squacquerone, mentre l'acidità e l'aromaticità spingono a tutta la delicatezza e i profumi del piatto. Ottimo anche, a seguire, in compagnia di un pollo masala, nonostante per la decisa speziatura di questo piatto sarebbe stato ancora meglio la versione Superiore del Ca' Lojera, quella affinata in barrique. Solo acciaio invece per il base.
Voto: 86.

giovedì 31 ottobre 2013

Il muschiatello della Loira

Ricordo con quanta enfasi e passione Guido Invernizzi, medico, sommelier e docente Ais, decantava le virtù di uve e vini "minori", dalla forastera di Ischia, al Gragnano di Sorrento fino al Muscadet della Loira. Buona la prima, imprescindibile il secondo, specie se di aziende come Grotta del Sole. E il "muschiatello" francese?
Trovato qualche giorno fa al supermercato a circa 9 euro e acchiappato al volo per fare compagnia a un pranzo a base di cozze.

Muscadet Sèvre et Maine AOC Ackerman 2011
I mitili, del resto, sono il naturale accostamento gastronomico di questo bianco tipico dell'ultimo tratto "atlantico" della Loira, il cui estuario va a gettarsi nell'oceano nei pressi di Saint-Nazaire, pochi km dopo aver attraversato Nantes. Prodotto con uve del vitigno a bacca bianca "melon de Bourgogne", forse "fuggito" dalla nobile Borgogna per trovare apprezzamento sulle tavole dei marinai, è un vino bianco leggero e molto, molto citrino, con vaghi sentori di muschio (da qui il nome), tanto che si presta alla grande per accompagnare alcune delle specialità dell'Atlantico, come crostacei, ostriche e saint-jacques, le "cappesante".
La spiccata acidità del vino e la sua discreta sapidità, infatti, ben si prestano ad esaltare il sapore delicato di queste prelibatezze a tendenza dolce e grassa, tanto che potremmo definirlo uno dei meglio riusciti abbinamenti territoriali per contrapposizione.
Io l'ho provato con un piatto di cozze in una preparazione troppo saporita per via dell'aggiunta di sale e peperoncino. Non male ma decisamente molto meno azzeccato dell'uso atlantico, più naturale e meno condito. Ad ogni modo un vino senz'altro curioso che però è assai difficile da apprezzare in un contesto geografico estraneo al suo.
Voto: 74.



mercoledì 9 ottobre 2013

Rosso e pesce, basta con i pregiudizi

Premesso che in tutto il mondo non è mai esistita la rigida divisione bianchi e rossi quando si parla di abbinamenti, in Italia, complici anche le scarne e scontatissime indicazioni in etichetta, il connubio rosso + pesce fatica ancora ad essere sdoganato. Il vino bianco, spesso frizzantino, è ancora il coniuge incontrastato di qualsivoglia piatto di pesce, mai fedifrago della tradizione.
In realtà, basta da una parte evitare preparazioni troppo acide, vedi marinature e condimenti "limonosi", e dall'altra vini rossi con struttura tannica evidente, e la relazione scandalosa è possibile. A un'altra condizione: la temperatura di servizio deve essere più bassa che per un rosso "da carne".
Vediamo un esempio.

Borgogna AOC Passtoutgrain Domaine Albert de Sousa 2012
Questo vino viene da Mersault ed è fatto con il gamay, l'uva rossa che in Borgogna è tenuta a margine del mare di pinot nero e che dà vita a vini beverini e fermi, diversamente da quanto avviene poco più a sud, tra Lione e Macon, dove viene usata per il mitico Beaujolais nouveaux, il vino "novello" per antonomasia.
Diversa la vinificazione e la fermentazione, molto simili le sensazioni di frutta fresca. Ribes su tutti, e lamponi e fragoline di bosco. Spiccata acidità, tenore alcolico moderato, di "soli" 12 gradi, e componente tannica non pervenuta, con un pregevole finale leggermente amarognolo per un mix di sensazioni che ricordano i rossi del Lago di Caldaro, quelli da schiava gentile che i tedeschi in vacanza nella bassa atesina bevono a litri in estate, in compagnia, guarda caso, delle preparazioni di pesce di lago.
Io l'ho provato con dei filetti di orata in padella con le erbette e verdure grigliate di contorno. Notevole.
Da servire tra i 12 e i 14° C.
Voto: 75

lunedì 30 settembre 2013

Anche in Borgogna non è tutto oro, specie se bio!

Volevo conservarle entrambe per un'occasione importante ma, tornato dal mercato con dei meravigliosi porcini freschi con l'intenzione di farci un bel risotto con lo zafferano, non ce l'ho fatta e ne ho stappata una: Borgogna Bianco "La Combe" 2010, del  domaine Anne Bavard - Brooks.
Chardonnay in purezza da uve bio prodotte da questa piccola famiglia di vitivinicoltori di Puligny-Montrachet, patria dei migliori bianchi della Cote d'or e terra promessa di mr Brooks, simpatico e cordiale bostoniano che proprio qui ha trovato moglie con vigneto in dote.

Colore giallo paglierino limpido ma non particolarmente brillante, naso inconfondibilmente "borgognone" per via della decisa nota di polvere pirica e agrumi freschissimi, è all'assaggio che ha lasciato un tantino a desiderare. Entra freschissimo sostenuto da un corpo sì fruttato ma non abbastanza e continua citrino fino alla fine, zoppicando insieme a vaghe sensazioni dolcine di lieviti, coprendo anche la componente minerale così consistente al naso. Finale medio di agrume acerbo. Un vino che, proprio per la sua esilità e la marcata acidità, ricorda gli Chablis che gli esperti meno gentili paragonano alla "base dello Champagne". Insomma, un vino troppo spigoloso ed esile per accompagnare un piatto strutturato come un risotto allo zafferano con grana e funghi porcini. Decisamente meglio in compagnia di una focaccia bianca con zucchine e Parmigiano. Evitare la pizza, il cui pomodoro non farebbe che aumentare le sensazioni acide.
Voto: 74

P.S. occhio ai porcini che si trovano in circolazione al nord, per belli che siano è probabile che vengano dall'Europa dell'Est. Quest'anno, infatti, le condizioni climatiche non hanno favorito il loro tradizionale sviluppo. Lasciate stare quindi la vista e affidatevi all'olfatto, il Boleus edulis italiano è inconfondibile!!


lunedì 2 settembre 2013

Un Lugana dall'ottimo rapporto qualità-prezzo


Secondo capitolo dedicato al Lugana, il bianco gardesano prodotto tra Brescia e Verona con le uve del trebbiano di Lugana, localmente noto come turbiana, che altro non è che la stessa varetà di verdicchio che dà prestigio alla tradizione vinicola delle Marche.
Il Lugana Doc è tradizionalmente associato alla cucina di pesce di lago, o comunque d'acqua dolce, per via dell'ottima struttura alcolica e sapida e della spiccata acidità agrumata che ben valorizzano la decisa tendenza dolce e grassa di gran parte delle preparazioni a base di lavarello, pesce persico, trote, tinche, ecc.ecc.
Ciò non toglie, chiaramente, che questo vino possa allietare qualsiasi piatto a base di verdure e carni bianche. Evitiamo magari di svilirlo su pur squisite minestre di verdura e sulla classica pizza. Si tratta infatti di un bianco, come detto, soltamente "importante", con una componente alcolica minima del 13%, che rischierebbe di fare la voce grossa con pietanze non altrettanto strutturate. E parliamo della versione base, figuriamoci la "Superiore" e la "Riserva"!
Piuttosto beviamolo da solo, come aperitivo. Ed è stato proprio nel corso di un semplice aperitivo in un bar nel centro di Lecco che ho scoperto il "Pergola" della Civielle, la "Cantina della Lugana e della Valtènesi".

Ritrovato presso il punto vendita della cantina nella mia recente visita a Manerba, l'ho riassaggiato sul posto e mi ha deluso un pochino per colpa della temperatura di servizio un po' altina. L'ho stappato domenica a pranzo bello freddo di frigorifero x accompagnare un risotto limone e rosmarino seguito da una trota al curry con patate e, che dire, notevole.

Lugana Doc "Pergola" 2012
Colore giallo paglierino brillante con riflessi verdolini, ha spiccati aromi agrumati, di limoni freschi e pompelmo, seguito da note floreali e da un tocco di erba fresca appena tagliata. In bocca è dotato di una buona struttura alcolica che scalda la bocca, ha una bellissima acidità sostenuta anche dalle decise sensazioni agrumate che corrono parallele alla buona sapidità. Il finale amarognolo ha discreta persistenza. Davvero un buon vino a 6,70 €. Per i miei gusti l'avrei preferito con almeno mezzo grado alcolico di meno e con una sapidità ancora più marcata, ma sono, appunto, gusti personali.
Punteggio: 80.

domenica 25 agosto 2013

Gioioso matrimonio lacustre con altarino

In attesa di mettere insieme le idee sparse e le meravigliose foto sulla mia seconda scampagnata ferragostana in Borgogna - a proposito, Beaune a metà agosto è una strepitosa alternativa agli affollati lidi italici ma si conferma uno dei periodi meno felici per l'enoviaggiatore per via della chiusura per ferie di molti pregiati "domaines", in attesa del tour de force della vendemmia prevista quest'anno a partire dal 20 settembre - ecco qualche riga dedicata alla fine delle vacanze, per il resto spese tra la mia terra lariana e un'improvvisata sul Garda bresciano, a Desenzano e dintorni.

E qui devo subito fare una rapida ammenda: snobbate da sempre le località gardesane perché liquidate come "tristi e per famiglie tedesche in sandali e calzini", devo dire che mi è bastato un soggiorno tra Sirmione e Manerba per farmi promettere che ci tornerò presto per dedicarci un'intera vacanza, tale è la bellezza dei paesaggi, la delicatezza dei sapori, la ricchezza e la varietà dell'offerta turistica, e l'accoglienza dei gestori improntata sulla volontà di sfidare le località marittime con listini dall'ottimo rapporto qualità-prezzo.

La cantina della Valtenesi
Sulla via per lo splendido resort sulla collina dietro Moniga del Garda ho incrociato per caso il punto vendita dei vini della Civielle, la Cantina della Valtenesi costruita dal mitico valtellinese Nino Negri attorno al 1920.
Da amante del Lugana, ricordo ancora l'assaggio casuale del loro Pergola in un bar di Lecco, e non ho perso l'occasione per assaggiarlo di nuovo, a distanza di qualche anno, direttamente alla sorgente.
Annata 2012 buona ma al di sotto delle mie aspettative. Guidato dalla gentilissima  proprietaria ho deciso allora di portarmi via, oltre a una bottiglia di Lugana Doc Pergola 2012, anche altre cinque bottiglie di cinque diversi produttori di Lugana, che Civielle con una brillante operazione di scontistica riesce a vendere allo stesso prezzo operato in cantina dal produttore.

E così oggi, tornato alla base lecchese per riportare gatto e valige in quel di Pavia, ho fatto saltare il tappo del Lugana Doc 2012 della famiglia Olivini, destinandolo a una delle mie specialità, il risotto con il pesce persico.

Pesce di lago e Lugana, supremo abbinamento territoriale
Un piatto saporito e delicato al contempo, dove spicca la dolcezza del risotto, la delicatezza del pesce persico, l'aromaticità della salvia e l'untuosità del condimento. Il piatto tipico del lago di Como, ancor più "locale" dei missoltini che si ritrovano anche nei menu gardesani alla voce "aringhe di lago con polenta alla brace".
Insomma, una specialità che va davvero a nozze con un buon Lugana, come quello della famiglia Olivini.
Colore giallo paglierino brillante, profumato di fiori bianchi e limoni freschi, seguiti dalla pesca bianca e da una nota minerale. Ottimo il riscontro in bocca, un vino morbido e freschissimo, con una decisa nota agrumata che fila a braccetto con una finissima vena minerale che a tratti mi fa volare con la mente alla recente visita francese a Meursault e dintorni. Chiusura piacevolmente amarognola di buona persistenza.
Punteggio: 84.

Un matrimonio azzeccatissimo, insomma. Costo della cerimonia: 7 euro la bottiglia 36 euro al kg il pesce persico. E a questo punto vi svelo l'altarino: quello nella foto non è pesce persico ma tilapia, un "surrogato" del Vietnam. Buono e molto più economico, visto che si trova a 16 euro al kg, esattamente la metà del pregiato simile lariano. Per questo molti ristoratori comaschi e lecchesi, specie i risto-pizza che giocano al ribasso, fanno i furbetti..

mercoledì 27 febbraio 2013

Una Passerina scaccia Sanremo

Andata in archivio anche questa edizione del Festival di Sanremo, l'unico ricordo che mi resta di quelle noiose serate di zapping alla vana ricerca della quotidiana psicodose di talk show pre-elettorale, è la bottiglia di Passerina del Frusinate che mi ha fatto compagnia per due sere consecutive.
Uva autoctona italica tipica della fascia adriatica tra le Marche e l'Abruzzo, la passerina, per lungo tempo a torto considerata parente stretta del trebbiano giallo, compare a macchia di leopardo anche in tutto il centro Italia, Lazio compreso, dove viene coltivata da diversi secoli. E' proprio dalla provincia di Frosinone che arriva questa bottiglia che ho pescato tra le offerte più appetibili dell'Esselunga di Pavia.

Frusinate Igt Passerina 2012, Cantina sociale di Piglio
Colore giallo paglierino brillante e abbastanza consistente, si presenta con aromi di fiori bianchi rinfrescati da un temporale di inizio primavera (che immagine, eh!?), accompagnati da delicati sentori di pesca bianca e melone bianco con contorni minerali. Questo insieme accattivante si ripresenta in bocca sostenuto da una grande freschezza che invita alla beva. Chiaramente da un vino di fascia bassa non ci si può attendere chissà quale persistenza, però ciò non toglie che possa essere un piacevolissimo compagno di una gustosa minestra di legumi, piuttosto che di un risotto alle verdure o di un filetto di merluzzo in padella senza pomodoro né limone, per evitare di accentuare la naturale acidità del vino.

Passserina consolatoria, insomma, in mancanza della farfalla di Belen...

giovedì 17 gennaio 2013

Una Forastera a Milano

Capita, con cadenza ormai mensile, di uscire per una pizza a Milano con i colleghi d'Avellino e dintorni che, come tanti altri ragazzi della Campania, si sono trasferiti da tempo nella metropoli lombarda per lavoro. Una volta erano le fabbriche ad attirare la manodopera "forestiera", oggi, a seguito della corsa alle lauree che ha intasato la domanda di lavoro nel nostro Paese, sono gli uffici.
Detto questo, è inevitabile che per un campano doc il richiamo per la propria terra sia irresistibile soprattutto quando si parla di pizza, e così da tempo abbiamo consacrato la pizzeria Sciuscià di via Procaccini come il luogo della nostra piacevole consuetudine.

L'ultima volta che ci siamo stati, ad accompagnare gli ottimi friarelli di antipasto e la successiva "bufala alla napoletana" con soffice cornicione "vista Vomero", abbiamo scelto un bianco tipico della Campania. Anzi, delle isole napoletane, di Ischia, per la precisione.
Ricordo che ne parlava con entusiasmo con la sua inconfondibile passione contagiosa il buon Guido Invernizzi, medico e sommelier docente AIS, durante una sua memorabile lezione sui vitigni autoctoni italiani.
Dissertava con tale godimento di "biancolella e forastera", che il binomio mi è rimasto in mente per anni e finalmente mi sono ritrovato a testarlo, almeno in parte, di persona.

Ischia Igt Forastera "Euposia" 2010 - Casa d'Ambra
Un bianco profumato di fiori, agrumi freschi e di erbe mediterranee, di buon corpo e dalla seducente struttura sapida, condita da un frutto gustoso dal finale leggermente amaricante. Un insieme che ben si presta a fare da spalla all'esplosione di sapore e aromi della pizza con la mozzarella di bufala.
Restando sugli autoctoni campani ma saltando sulla sponda dei rossi, il Gragnano della Penisola Sorrentina resta il miglior alleato della pizza, capace di giocarsela con il migliore dei Lambruschi in circolazione. Provare quello di Grotta del Sole per credere.

mercoledì 21 novembre 2012

Una Schiava per ogni stagione

Se cercate traccia dell'azienda in internet vedrete scorrere un lungo elenco di offerte dei suoi vini in vari siti comparativi e nulla più sulla proprietà. Solo i più abili smanettoni, incuriositi dal mistero, arriveranno a scoprire che la misteriosa Cielle Vini, produttrice di vini trentini da supermercato con un eccellente rapporto qualità-prezzo, fa capo sempre a lei, La Vis.
In particolare, il Lago di Caldaro Doc Terresomme, che a più riprese nel corso degli ultimi mesi ho trovato in offerta all'Esselunga di Pavia al prezzo di poco più di 2 euro a bottiglia, mi è piaciuto tanto da comprarne nell'arco di quest'anno 12 bottiglie che hanno accompagnato vari piatti dalla primavera fino a questa imminente stagione invernale. La più recente l'ho stappata in occasione di una cenetta dai richiami asburgici che vedete in foto, abbinata a un bel salsicciotto altoatesino con patate, crauti e lenticchie, e ha fatto come sempre la sua egregia figura.
Questo rosso "quasi rosato" da uve schiava è il classico vino da tutto pasto, leggero, delicato e gradevolmente fruttato, di struttura esile, quasi per nulla tannico e di buona freschezza. Un vino da bere nella bella stagione quasi come bibita, che ben si presta ad accompagnare minestre di cereali e pietanze semplici di carne e di pesce, mi raccomando senza note acide 'ché il vino di acidità ne ha già abbastanza di sua, né amare, visto che la schiava "chiude" col caratteristico finale amarognolo.
E poi è tipico, non la confondi con nessun altro vitigno. Può piacere e può non piacere. A me personalmente piace un sacco perché mi ricorda lontanamente la preziosa delicatezza di piccoli frutti rossi, tipica di alcuni giovani pinot nero che capita di bere nei "villages" borgognoni.