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venerdì 21 novembre 2014

Fay una sera a Bergamo alta

Bergamo, come tutte le città con una doppia anima data dalla dicotomia storica ed estetica tra un nucleo "alto" e uno, più moderno, "basso", è un capoluogo dalle mille sorprese, spesso celate dietro l'angolo di un vicoletto come tanti.
E' il caso della Trattoria Le Tre Torri, posta in città alta nella graziosissima Piazza Mercato del Fieno, che propone un menu tipico bergamasco molto amato, cosa fondamentale, non solo dai forestieri ma soprattutto dai bergamaschi, popolazione molto godereccia soprattutto dal punto di vista culinario.
Oltre a proporre un menu a base di piatti forti come i classici casoncei, stinchi di maiale e brasati con i funghi e l'immancabile polenta taragna, questa trattoria ha anche una carta di vini ristretta ma ben congegnata. L'ultima volta che ci siamo stati abbiamo puntato su un nebbiolo valtellinese "sui generis", il Sassella di Fay.


Sandro Fay - Valtellina Superiore Docg Sassella 2011
Un valtellinese particolare perché, in Sassella e Valgella, dove il sig. Fay e suo figlio Marco, enologo appassionato della Borgogna, hanno i loro vigneti, il loro nome è legato alla ricerca di rossi più delicati ed eleganti rispetto ad altri conterranei più muscolosi e ruvidi. Impressione confermata anche da questo Sassella che ci ha fatto compagnia dai casoncelli con il guanciale saltato, fino al coniglio arrosto con polenta e funghi porcini.
Colore rosso rubino scarico con sfumature arancio e di bella consistenza, profumi di piccoli frutti rossi, viole, tabacco e sottobosco. In bocca è caldo e armonioso, con un tannino pienamente maturo che invita alla beva. Non eccezionale la persistenza anche perché comunque non ci troviamo di fronte al "Glicine", Sassella di punta dell'azienda, bensì al prodotto base, ma comunque un vino ben fatto, piacevole e perfetto con un menu di questo tipo. Con altre portate tipo "cervo in salmì" sarebbe certamente consigliabile salire di struttura. Voto: 84

martedì 11 novembre 2014

Trattoria rara a Pavia


La cosa curiosa è che,fino a dieci minuti prima di capitarci x caso davanti,si stava discutendo sull'assoluta mancanza a Pavia di una genuina e onesta trattoria-osteria, quando, inaspettatamente, ci siamo ritrovati davanti all'insegna de L'angolo di casa, in Piazza XXIV Maggio, 1.
Lontana dallo squallido struscio, posta in una piazzetta a un crocevia dei vicoli che dal Ticino - e dai parcheggi - salgono nel centro storico, questo locale unisce splendidamente quella sobrietà e quel calore tipico dei locali di una volta, a una gestione giovane attenta ai particolari come una cucina casereccia genuina, la musica soffusa e piacevole e una scelta dei vini fatta con criteri precisi. Certo, su alcune cose si può ancora migliorare, per esempio sulla doratura dello gnocco fritto e sulla scelta dei salumi da accompagnarvi, dando più spazio a prosciutto e culatello sacrificando la meno nobile mortadella, ma se non altro il rapporto qualità prezzo è super competitivo in una città dai locali pretenziosi quale è Pavia. Ottimi i ravioli di brasato e i dolci fatti in casa. E il vino? Onorando l'abbinamento territoriale abbiamo optato per un autoctono pavese, quell'uva rara che, unita alla croatina e alla barbera, rientra in percentuali minori nell'uvaggio della Bonarda e che, in purezza, non avevo mai assaggiato prima.

Provincia di Pavia Igt Pietro Torti Uva Rara 2013
Colore rosso violaceo molto scuro e denso, di discreta consistenza, al naso si presenta con un intenso aroma di viole e piccoli frutti rossi su un tessuto speziatissimo e selvatico. Un bouquet che è la nota distintiva dei rustici rossi della zona, e che è gradevolissima se ben equilibrata, come in questo caso. In bocca ha un frutto di eccellente freschezza che invita alla beva e aiuta a gustare meglio tutto ciò che la tradizione padana può offrirci a tavola, a partire dai salumi ai quali si accompagna bene anche per la not speziata, passando per tortelli e tortellini per arrivare, chi ce lo vieta, anche a qualche bollito misto. Davvero un ottimo vino tipico e rispettoso del terroir.

venerdì 21 marzo 2014

Epifanie primaverili a Castel Grumello

Ci sono dei momenti in cui si è talmente assorti nelle proprie faccende lavorative che si finisce per perdere il contatto con la realtà. Ma basta poco, anche solo una gocciolina d'acqua caduta da un pergolato apparentemente rinsecchito, per smontare in un millisecondo il castello di carte sopra cui siamo saliti e  riportarci con i piedi per terra a ricordarci chi siamo e da dove veniamo.
Peccato che queste joyciane epifanie capitino di rado. Ebbene, una mi è piovuta nel piatto qualche giorno fa, durante un assolato pranzo di lavoro a Sondrio, in verità un duecento metri sopra il capoluogo valtellinese, precisamente sotto un berceau del ristoro sospeso tra le vigne di Nino Negri e il panoramico Castel Grumello, di proprietà del FAI.
A maniche di camicia rimboccate sotto un sole già cocente a metà marzo, si parlava di mutui, di politica e società con due pezzi grossi della Banca popolare di Sondrio, quando una gocciolina è caduta sul telefonino appoggiato sulla tavola. Poi un'altra sul coltello e un'altra ancora sulla testa. Preoccupato dello scherzo di qualche passero in volo radente sopra la torre diroccata del castello, alzo lo sguardo strizzando gli occhi al sole e mi accorgo che, invece, sono protagonista del fenomeno più commovente per un viticoltore: il pianto della vite.
La linfa che dalle radici ricomincia a pulsare nella pianta finisce per trovare sfogo nei tagli delle potature più recenti. E' la più preziosa testimonianza dell'eterna rinascita della natura, che fa da contrasto con un corpo ancora secco e apparentemente privo di vita.

Per brindare a un simile evento in compagnia dei tradizionali kiscioeul, le frittelline di grano saraceno ripiene di Casera (varianti locali degli sciatt del fondovalle), e di una tagliata di manzo da tagliarsi con lo sguardo, abbiamo scelto il vino più territoriale possibile, perché proveniente dai vigneti terrazzati poco sotto di noi, sulla collina rocciosa del Sassorosso.

Valtellina Superiore Docg "Sassorosso" 2009 A.Pelizzatti
Da uve chiavennasca, locale varietà del nebbiolo, questa etichetta entrata a far parte negli anni Ottanta della grande famiglia vinicola di Nino Negri e del GIV, è un grandioso rappresentante del "cru" del Grumello, uno dei 5 supervaltellinesi insieme al Sassella, all'Inferno, al Maroggia e al Valgella. Colore rosso granato scarico, ha profumo etereo di piccoli frutti rossi e di viole appassite, accompagnati da un coro di note speziate dolciamare di cannella, tabacco e cacao. In bocca è caldo e armonioso, asciutto e di ottima acidità, sapido e con una persistenza che, sorso dopo sorso, tiene il ritmo delle goccioline che seguitano a cadere, rare e leggere, sulla tavola.
Un vino territoriale buono e commovente, da non lasciarne sul fondo della bottiglia nemmeno una lacrima.
Voto: 88.

martedì 15 ottobre 2013

Ageno, l'inganno è servito

In due anni di vita pavese non posso dire di aver conosciuto la metà dei ristoratori del centro storico e dintorni ma un'idea piuttosto precisa me la sono fatta: per mangiare bene a un prezzo onesto bisogna fuggire dalla città. Preso atto della tendenza cafon-fighetta di Pavia e dei suoi costi, mi sono finalmente deciso ad andare a passare una serata all'Infernot, un'enoteca della centralissima via Mascheroni, dietro il tribunale, di cui avevo sentito parlare bene da persone però poco attendibili.
Un po' "milanese" da fuori, molto graziosa e paradossalmente "sobria" all'interno. Accogliente e cordiale Manlio Manganaro, il riccioluto oste e titolare, sommelier Ais preparatissimo nella presentazione del menu e nella spiegazione dei vini, dei piatti e degli abbinamenti.
A far compagnia a un affettato di salumi misti, dal culatello alla mocetta valdostana fino al salame dei monti Nebrodi e a un crostone al lardo e miele, la mia compagna di bevute sceglie un profumatissimo Lacrima di Morro d'Alba, mentre io accetto la sfida del calice nero, un vino misterioso servito dietro al banco in un calice di cristallo nero come un cielo senza stelle. Convinto dell'assurdità della diceria che, privati della vista del colore, si possa  arrivare addirittura a confondere un bianco per un rosso e viceversa.
Io mai.

Emilia Igt "Ageno" 2008 La Stoppa
Touché. Colpito dai decisi aromi speziati e di pellame e affondato dal gusto tannico. Anche se, a mia discolpa, devo dire che quella freschezza marcata di agrumi come chinotto e bergamotto mi aveva mandato in tilt i sensi, tanto che, non fosse stata per la serietà del locale, avrei potuto sospettare un volgare mischione bianco + rosso.
Pace. Mi sono divertito. I piatti erano buoni, il prezzo nella media e la compagnia ottima. Però l'Ageno, che vino è? Un blend di uve bianche tra cui spicca la malvasia di Candia aromatica, che vengono lasciate a macerare per 30 giorni proprio per estrarre la massima concentrazione di aromi e di tannini, rinforzati ulteriormente dai sei mesi in barriques e dai due anni di affinamento in bottiglia, per poter dare vita a poco più che un vino "didattico", adatto a farsi gioco dei polli come il sottoscritto. Se volete giocare con gli amici - o, meglio, con i "nemici" - provatelo, costa circa 20 euro a bottiglia e all'Infernot viene servito a 6,50 il calice (nero). Voto: 74. Se volete bere qualcosa di buono, invece, scegliete altro. Questi ibridi lasciano un po' il tempo che trovano. A proposito, tra una cosa e l'altra non ho guardato bene la carta dei vini. Di conseguenza, ci rivediamo presto, caro Manlio.

giovedì 17 gennaio 2013

Una Forastera a Milano

Capita, con cadenza ormai mensile, di uscire per una pizza a Milano con i colleghi d'Avellino e dintorni che, come tanti altri ragazzi della Campania, si sono trasferiti da tempo nella metropoli lombarda per lavoro. Una volta erano le fabbriche ad attirare la manodopera "forestiera", oggi, a seguito della corsa alle lauree che ha intasato la domanda di lavoro nel nostro Paese, sono gli uffici.
Detto questo, è inevitabile che per un campano doc il richiamo per la propria terra sia irresistibile soprattutto quando si parla di pizza, e così da tempo abbiamo consacrato la pizzeria Sciuscià di via Procaccini come il luogo della nostra piacevole consuetudine.

L'ultima volta che ci siamo stati, ad accompagnare gli ottimi friarelli di antipasto e la successiva "bufala alla napoletana" con soffice cornicione "vista Vomero", abbiamo scelto un bianco tipico della Campania. Anzi, delle isole napoletane, di Ischia, per la precisione.
Ricordo che ne parlava con entusiasmo con la sua inconfondibile passione contagiosa il buon Guido Invernizzi, medico e sommelier docente AIS, durante una sua memorabile lezione sui vitigni autoctoni italiani.
Dissertava con tale godimento di "biancolella e forastera", che il binomio mi è rimasto in mente per anni e finalmente mi sono ritrovato a testarlo, almeno in parte, di persona.

Ischia Igt Forastera "Euposia" 2010 - Casa d'Ambra
Un bianco profumato di fiori, agrumi freschi e di erbe mediterranee, di buon corpo e dalla seducente struttura sapida, condita da un frutto gustoso dal finale leggermente amaricante. Un insieme che ben si presta a fare da spalla all'esplosione di sapore e aromi della pizza con la mozzarella di bufala.
Restando sugli autoctoni campani ma saltando sulla sponda dei rossi, il Gragnano della Penisola Sorrentina resta il miglior alleato della pizza, capace di giocarsela con il migliore dei Lambruschi in circolazione. Provare quello di Grotta del Sole per credere.

venerdì 4 gennaio 2013

Genuinità e tradizione nel cuore di Firenze

Spulciando tra gli appunti di degustazione che avevo preso negli scorsi mesi senza mai avere né il tempo né la voglia di trascriverli sul blog, ho recuperato questa foto fatta a casa durante un pranzo autunnale. Ritrae il mitico fischetto del Chianti vero, quello beverino senza grandi pretese di invecchiamento, che avevo acquistato a Firenze a giugno, durante la trasferta per il concerto di Bruce Springsteen all'Artemio Franchi. Concerto alluvionato, concerto fortunato. Perché il giorno dopo, per ricaricare le batterie bagnate prima di rimettersi in marcia alla volta di Trieste, dove il Boss avrebbe suonato la sera stessa, siamo andati in caccia di una trattoria fiorentina tipica "vera". In questi casi non resta che rivolgersi a chi ci vive e non ha alcun interesse nello sponsorizzare un locale piuttosto che un altro. E per esperienza ho scoperto che gli edicolanti sono una straordinaria risorsa di indicazioni.
E così anche in quell'occasione il giornalaio di turno ci ha azzeccato, dirottandoci verso la trattoria tipica richiesta. Buona, economica e non turistica. "Andate alle Mossacce, là in fondo a sinistra". Giusto a un tiro di tappo dalla cupola del Brunelleschi.

L'opinione in sintesi
Non sto a dilungarmi troppo. Dirò solo che il posto è alla buona ma molto carino e l'ospitalità squisita quanto le pietanze tipiche toscane, da gustare gomito a gomito con gente del luogo e qualche turista meravigliato di essere capitato nel cuore di Firenze in un locale prima di tutto per i fiorentini e solo in seconda battuta per i turisti, nonostante vanti un'ottima visibilità sul web. Qui, tra taglieri misti di affettati e formaggi toscani, minestre, ribollite e trippa alla fiorentina, si mangia la vera costata alla fiorentina, quella alta tre dita e che si scioglie in bocca.
A fare compagnia al pranzo d'altri tempi abbiamo preso un Nobile di Montepulciano, buono ma di cui non ricordo il nome. All'uscita, però, mi sono fatto dare un fiasco del vino della casa, il Chianti Docg Le Mossacce, per l'appunto. Che a distanza di mesi ho aperto e mi ha restituito intatta la genuinità di quella piacevole scoperta di inizio estate. Fresco, fruttato il giusto, di medio corpo e amabilmente speziato, beverino quanto basta da lasciarne giusto un dito sul fondo del fiasco senza lasciar passare inosservata la vena selvatica tipica del Chianti "d'antan". Quello che, a differenza dei barricati e "internazionalizzati" Chianti di oggi, non ci stancheremmo mai di bere, per gusto e per prezzo.

lunedì 11 aprile 2011

Un tempio del viandante in Val Masino

Resistono, più ci si allontana dalle città e dalle grandi arterie di comunicazione, quei piccoli templi del gusto dove da diverse generazioni si celebra la squisita tradizione della cucina casereccia. Quella delle massaie, che passano le giornate tra l'orto, la cucina e un amorevole scapaccione ai figli destinati ad ereditare la tradizione di famiglia. Un lascito impegnativo di cui bisogna essere quanto mai orgogliosi di questi tempi in cui imbranate conduttrici televisive vendono milioni di copie dei loro best-seller di ricette quotidiane spacciando i mondeghili per misteriose prelibatezze preistoriche.
Quando si ha la fortuna di capitare in uno di questi santuari del gusto è consigliabile rimandare qualsiasi impellenza "a dopo", mettere le gambe sotto alla tavola e lasciarsi guidare dal menu del giorno in un viaggio della memoria alla riscoperta dei sapori genuini che resistono ancora oggi lontano dalle città.

La gloriosa e orgogliosa Valtellina è una zona ricchissima di questi posti, arroccati qua e là dal versante assolato dei vini a quello quasi perennemente in ombra, oscurato dai ripidi contrafforti delle Orobie il cui primo bastione è il Legnone, all'imbocco della valle. Ricco di fattorie e allevamenti ma povero dal punto di vista vinicolo e frutticolo, il tratto basso della Valtellina che da Delebio porta ad Ardenno coincide con la Costiera dei Cech, ovvero con quella linea di paesini antichi a mezza costa del versante baciato da un sole che in virtù dell'inclinazione riesce a far cuocere i muretti a secco anche in pieno inverno. Cino, Siro, Cercino, Mello, Poira, Civo, Caspano (sui cui muri delle case secolari si leggono ancora scritte sbiadite come W Badoglio W il Re). L'ultimo, all'imbocco della perpendicolare Val Masino, prima di scendere ad Ardenno, è Cevo.
Qui, a pochi metri dalla strada protetta da una rete paramassi e dalla confluenza di due vorticosi torrenti, c'è L'albergo ristorante Ponte del Baffo, gestito da più generazioni della stessa famiglia. E', insomma, quanto di meglio può offrire una locanda del viandante, in termini di qualità, accoglienza, ospitalità e genuinità della cucina. Ai fornelli smanettano due arzille signore che hanno superato di slancio le ottanta primavere a forza di pizzoccheri, sciatt, bitto, casera e verdure dell'orto, e che non sanno nemmeno che cosa significhi la parola "colesterolo". Però la titolare, la signora Angela, ammette di mangiare tante noci, che pare aiutino a smaltire i grassi saturi. In sala la nipote si prodiga nella spiegazione dei piatti e della loro tradizione. Fatta di cucina di terra, e quindi salumi, formaggi, grano saraceno, manzo, cervo, funghi porcini, con la meravigliosa eccezione nel pescato che tutte le mattine arriva guizzando direttamente nelle reticelle dei pescatori locali: le eccellenti trote del fiume Masino, cucinate in tutte le salse.
Ecco il mio menu:
crespella al pomodoro e casera: voto 8.
sciatt più piccoli del formato usuale, per garantire la perfetta fusione del formaggio alleggerendo i tempi della frittura: voto 10.
trota in carpione: voto 9.
Vino sfuso di casa Nera, con la quale la locanda lavora da oltre sessant'anni: voto 7.
Prezzo: 24 euro acqua, caffé e grappa alle erbe locali inclusi.
Ideale per le coppie così come per le famiglie e le compagnie, prezzi a scalare sulla quantità dei convitati.

lunedì 21 marzo 2011

Un Arneis per brindare alla primavera

Ieri sono andato a prendere i primi raggi di sole primaverile dalle parti di Villa del Balbianello, sul lago di Como, e per evitare la coda dei milanesi che non conosce stagioni ma orari sì - micidiale il lasso 17-19 - ho deciso di fermarmi a mangiare qualcosa in un grazioso ristorantino a Lenno. Si chiama Trattoria S. Stefano ed è un localino a gestione famigliare con una cinquantina di coperti tra saletta e verandina, dall'atmosfera antica e dagli importanti riconoscimenti di Slow Food appiccicati belli in mostra in vetrina, accanto al menu.
Ci sediamo, diamo un'occhiata alla carta mentre la titolare ci anticipa l'assenza di parecchi piatti, evidentemente esauriti dal doppio turno di affamati turisti per pranzo, e scegliamo di farci un antipasto e un secondo.
Filetto di pesce in salsa verde e lavarello al burro e salvia con patatine fritte.
Da bere noto con piacere la presenza di bottiglie da 0,375 l. Prendo l'Arneis di Malvirà.

Roero Arneis Docg 2009 Malvirà
Colore giallo paglierino cristallino e abbastanza consistente, al naso rivela subito la vivace florealità di acacia e biancospino e la mineralità tipiche del vitigno, sensazioni che si ripresentano in bocca accompagnate da una piacevole nota agrumata di limoni freschi che va sfumando su un finale ammandorlato davvero piacevole. Un vino secco e abbastanza caldo, che gioca molto sull'acidità e sulla sapidità, capace di valorizzare con personalità ed eleganza i piatti di pesce di lago.
In carta 11 euro, un po' caruccio visto che la bottiglia intera di questo Arneis 'base' dei rinomati fratelli Roberto e Massimo Damonte si trova in enoteca a non più di 10 euro. Ma tant'è. Tutto ottimo. E pazienza se alla fine la signora si fa scappare 3 acque al posto di una. E' domenica sera, e per lei e l'anziano marito chef con tatuaggio da marinaio sul polso, sta per cominciare il giorno di riposo.

domenica 20 febbraio 2011

Un quadretto con vista sulla Valtellina

*"A Velazquez" (1985), del pittore bellanese Giancarlo Vitali.
Ormai da qualche tempo sta diventando un appuntamento fisso la cena di inizio anno con due vecchi compagni di liceo e università. Il primo vive da anni a Pechino e torna solo per le feste natalizie. Il secondo vive a Londra dove sta frequentando un master in giornalismo. Originario di Bellano, non guida. Di conseguenza, la scelta della tavola della tradizionale reunion ruota per comodità sempre intorno al paesino lacustre dello scrittore Andrea Vitali.
Ed è così che, per il secondo anno consecutivo, siamo andati a cena all'Orrido, albergo ristorante amato dallo stesso autore di Una finestra vista lago e altri best-sellers ambientati nel Ventennio fascista.
La cucina del ristorante rispecchia perfettamente l'anima metà lecchese metà trentina della famiglia che lo gestisce da tanti anni.
Canederli in brodo o burro e salvia, raviolini di grano saraceno al Taleggio, brasati di cervo con polenta e pesce di lago in carpione. E via dicendo. Non ci si ammazza in quantità ma si mangia bene e ci si alza da tavola soddisfatti per andare al banco per un giro di grappa e a pagare un conto che non supera mai i 32 euro, bottiglia di vino compresa. Stavolta è toccato al Quadrio di Nino Negri.

Valtellina Superiore Docg 'Quadrio' 2007, Nino Negri
Prodotto con uve chiavennasca ammorbidite con un 10% di merlot, provenienti da tutte le 5 sottozone della Valtellina, questo rosso prende il nome dal quattrocentesco Castello Quadrio di Chiuro, fatto erigere da Filippo Visconti nel 1432 e appartenuto al governatore della Valtellina Stefano Quadrio nel XV secolo, per poi essere acquistato da Nino Negri nel 1897. Da allora il castello è sede dell'azienda, dal 1986 passata sotto il GIV (Gruppo Italiano Vini).
Il vino ha colore rosso granato limpido e brillante. Al naso i profumi sono intensi, complessi e fini, di mirtilli, ciliege, more e fiori rossi appassiti, che si aprono abbracciando anche una nota erbacea ed eterea.
In bocca ha una struttura di buona freschezza e sapidità, e il tannino regala la piacevole sensazione di secchezza che appiccica sulla lingua le note di prugna, liquirizia e tabacco dolce, sparecchiando il palato dai sapori forti dei raviolini al Taleggio e del brasato di cervo con polenta. Un buon vino davvero, di personalità e al contempo beverino, a un prezzo che al ristorante si aggira intorno ai 16 euro.

domenica 23 gennaio 2011

Una Lepre da acchiappare al volo

La settimana scorsa ero a cena a Perugia in una deliziosa enoteca in via Cavour, gestita da un simpatico e brillante sommelier. A lasciarsi trasportare dalle specialità nel menu ci sarebbe stato da salire in carrozza per un viaggio dall'antipasto al dolce andata e ritorno per poi ricominciare daccapo salendo di una tonalità. Ma la cassa di risonanza del nostro stomaco non sarebbe stata in grado di reggere una simile cavalcata del gusto, e così abbiamo deciso di concentrarci su un piatto unico.
La mia amica una bella tagliata di entrecote con ratatouille di verdure. Io strangozzi con pomodori, guanciale di Norcia e scaglie di grana 'intruso' di Todi.
E il vino? La lista ne suggeriva di diversi per regione ma il mio 'nordismo', almeno per quanto riguarda il mio 'schieramento enologico' totalmente difforme da quello politico, mi ha portato a dare un'occhiata tra Piemonte, Trentino e Friuli.
"Proviamo il Dolcetto d'Alba di Prunotto", ho detto al sommelier.
Questi è tornato tenendo tra le mani una bottiglia con una simpatica etichetta con scritto 'La Lepre' a caratteri pelosi.
"Prunotto l'ho finito. Se vuoi ho questo Dolcetto di Fontanafredda. E' molto buono".
Fontanafredda. Un nome che troppo spesso associo agli scaffali dei supermercati più comuni, nemmeno a quelli che negli ultimi anni si sono attrezzati allestendo veri e propri reparti-enoteche. E poi, insomma, non amo particolarmente andare a pescare nelle cantine di aziende che fanno, nello specifico, 6milioni500mila bottiglie l'anno. Un caso più unico che raro, nel microframmentato panorama vitivinicolo del Piemonte di qualità.
Il tizio però mi dice di fidarmi, perché il Dolcetto La Lepre fa parte della nuova linea per la ristorazione di Fontanafredda, di assaggiarlo che al limite lo cambia. Ci mancherebbe. Lungi da me rompere i coglioni per motivi diversi dai classici evidenti difetti di conservazione.
E quel vino è perfetto. Già a una 'nasata rubata' offre un "intrigante ventaglio di frutta rossa, con una nota legnosa molto delicata, e un...".
"Ssssh. Silenzio - mi interrompe lei - Arrivano i piatti".

Diano d'Alba Doc Dolcetto 'La Lepre' 2008

...dicevamo, il vino veste il calice di un colore rosso rubino scuro con riflessi violacei. I profumi sono molto accattivanti e rivelano la natura del vitigno e un processo di lavorazione in cui l'affinamento nel legno ha avuto la sua parte senza tuttavia andare a coprire gli aromi primari dell'uva dolcetto. La sensazione iniziale è analoga a quella che si ha quando si apre un barattolo di confettura ai mirtilli. E poi more e ciliege, in maniera più sfumata, arricchite da un alito speziato di pepe nero. Sensazioni che tornano in bocca su un tessuto di morbido tannino e un nerbo di freschezza che invita alla beva e che termina con un piacevole finale di mandorle. Un vino perfetto con i primi piatti dal sapore deciso e speziato come i miei strangozzi veramente orgasmici, ed egregio anche per esaltare la succulenza di una tagliata. A un prezzo - 17 euro al ristorante, 12 in enoteca - piuttosto interessante.
Un Dolcetto senza scherzetto, insomma. Soprattutto se gustato in compagnia della lepre più deliziosa che ci sia...