martedì 25 novembre 2008

Boccadigabbia, marchigiani imperiali

Già Napoleone Bonaparte aveva capito che si trattava di terreni agricoli altamente vocati e, dopo averli espropriati alle congregazioni religiose, li aveva fatti catalogare al n°46 tra i circa 100 Poderi "demaniali" della zona di Civitanova Marche.
Il possedimento passò poi all'Imperatore Napoleone III il quale, intorno al 1850, ne affidò la gestione all’ingegner Paul Hallaire, esperto vitivinicoltore, il quale trasferì in loco il savoir faire enologico d'Oltralpe, oltre a un numero di vitigni ai giorni nostri definiti internazionali, come cabernet, merlot e pinot nero.
In queste stesse terre l'azienda marchigiana Boccadigabbia, di proprietà di Elvidio Alessandri, che si affida all'enologo Fabrizio Ciufoli, prosegue oggi quella solida tradizione vitivinicola, regalandoci ogni anno alcuni dei migliori vini d'Italia. Quindi d'Europa, quindi del mondo, come direbbe il mitico sommelier Guido Invernizzi.
Straordinari il Cabernet Sauvignon "Akronte", il Merlot "Pix" e il Pinot Nero "Il Girone". Eccellenti anche i bianchi come lo Chardonnay "Montalperti" e la Ribona "Le Grane", un autoctono che ho a cuore e che meriterà un post a parte.
In questa occasione voglio invece spendere due parole sul "Saltapicchio", un blend sangiovese e merlot che mi è capitato di assaggiare nei giorni scorsi.

Marche Igt Sangiovese e Merlot "Saltapicchio" 2005
Già dal colore rosso cupo molto denso e consistente si capisce che si è al cospetto di un vino importante.
I profumi sono intensi e complessi. Su tutte spiccano le evidenti sensazioni di more, mirtilli e amarene sotto spirito, seguite da un coro di altri sentori più sfumati che vanno dalla resina di pino, al cuoio, all'humus, fino alle speziature che ricordano la stecca di liquerizia, la china e la cannella.
In bocca è molto caldo e morbido, sapido e con tannino rotondo.
A voler essere pignoli la decisa componente alcolica e una leggera nota "legnosa" impediscono a questo vino di raggiungere l'eleganza dei fuoriclasse. Ciò non toglie che con soltanto 12 euro ci beviamo un grande rosso compagno ideale di carni alla griglia e primi piatti di carne, anche piccanti. Occhio all'annata. Per la 2005 i tempi sono maturi, beviamola entro fine 2009.

Nicola Taffuri

venerdì 21 novembre 2008

Ascheri, grandi Barolo e una passione per il Rodano

Giacomo Ascheri è un omaccione accogliente e gioviale, erede di una rinomata famiglia di barolisti, della quale continua a essere un fiero esponente con fior di riconoscimenti annuali da parte di guide e concorsi enologici. Tuttavia ciò non gli impedisce di coltivare in casa, dalle parti di Bra (Cuneo), anche la passione per le uve francesi syrah e viognier, molto diffuse nella Valle del Rodano.
In attesa che si presenti quanto prima l'occasione giusta per stappare il suo Barolo Docg 2004 Sorano, pluripremiato dalle varie guide dell'Ais, dell'Espresso e di Veronelli, quest'oggi ho deciso di "immolare" una bottiglia del suo Langhe Doc Bianco Viognier Podere di Montalupa 2004 per accompagnare una bella orata in padella. Ero davvero curioso di conoscere questo stranissimo "gemellaggio fluviale" tra il Rodano e il Tanaro.

Bianco da invecchiamento

Colore giallo paglierino molto intenso e brillante, naso ricco, intenso e complesso. Appena versato nel bicchiere il vino era ancora assopito dopo 4 anni trascorsi tra acciaio, rovere e bottiglia, poi ha fatto le debite presentazioni.
Poco alla volta, ha aperto un ampio ventaglio di profumi fruttati, floreali e speziati con note evidenti di pesca gialla, albicocca, fiori d'acacia, ben accompagnati da fini sentori speziati di liquirizia dolce che mi hanno fatto ricordare le rotelle Haribo.
Sensazioni che ho ritrovato in bocca, amalgamate in un corpo elegante di ottima freschezza, morbidezza e sapidità, con un'acidità ancora vispa che fa presagire che la storia di questa annata sia destinata a durare ancora almeno un paio d'anni.
Buono con l'orata, immagino sia con i crostacei e con i formaggi caprini freschi che questo vino possa dare il meglio di sé. Spingendoci, magari tra un altro annetto, verso formaggi di pecora maggiormente stagionati e piccanti. Prezzo in enoteca: circa 15-18 euro.

Nicola Taffuri

giovedì 20 novembre 2008

Nuova Zelanda, il trionfo del Sauvignon

Quando, nel 1985, venne premiato a Londra come il miglior Sauvignon Blanc del mondo, anche i più eurocentrici furono costretti ad ammettere che, anche in altri continenti, si possono fare grandissimi vini. Migliori persino, ed è questo il caso, degli straordinari Sauvignon francesi della Valle della Loira.
In Nuova Zelanda, specie nella contea di Marlborough nell'isola sud, nascono da tempo i migliori Sauvignon del pianeta. Tra questi quelli dell'azienda Cloudy Bay di Cap Mentelle, rivelazione in quell'ormai lontano 1985, continuano a essere una grandissima certezza per tutti gli appassionati di questa tipologia di vini bianchi tanto profumati che, a definirli semi-aromatici, gli si fa quasi un torto.
Il loro bouquet, infatti, presenta una tale esplosione di eleganti sensazioni erbacee, fruttate e agrumate che, quando questa trova un buon riscontro anche in bocca, eleva questi vini ai vertici dell'enologia mondiale.
E' il caso, come detto, del Sauvignon di Cloudy Bay, che si trova facilmente in enoteca e su internet a prezzi che variano da 20 a 30 euro. Oppure di quello dell'azienda Mount Nelson, altrettanto invitante al naso ma un po' meno generoso in bocca. Ad ogni modo anch'esso un grande vino che costa appena 15 euro. Oltretutto questo Sauvignon è bilingue, visto che nasce in Nuova Zelanda da padre italiano, il Marchese-enologo Lodovico Antinori. Da notare che, entrambe le bottiglie, hanno il tappo a vite, una chiusura che stenta ad affermarsi nel nostro Paese ma che altrove sta ormai soppiantando il sughero, nonostante alcuni studi sostengano che questo nuovo tappo possa rilasciare nel vino sostanze cancerogene.

Nicola Taffuri

martedì 18 novembre 2008

Archiviata la figuraccia, Wine Spectator ci riprova con la "Top 100"

Piaccia o meno, l'annuale classifica dei cento migliori vini del mondo stilata dalla rivista americana "Wine Spectator" è da due decenni la principale artefice delle mode e delle tendenze del gusto enologico planetario.
Proprio l'enorme potere di "far alzare i calici" ha reso oggetto la sedicente Bibbia degli appassionati di vino di svariati tentativi di screditarla o comunque di ridimensionarla.
Il dardo più infuocato è andato clamorosamente a segno in agosto grazie al trappolone architettato dal giornalista inglese Robin Goldstein, scrittore ed esperto di vini, che si è visto premiare dall'autorevole rivista un ristorante inesistente ma con tanto di sito web e lista vini redatta dal diabolico reporter con le ETICHETTE BOCCIATE da Wine Spectator in questi anni.
A questa palese dimostrazione di assoluta mancanza di professionalità si aggiunga il fatto che il giornale si è incassato 250 euro di "Tassa di partecipazione" al concorso, modo assai gentile per definire una marchetta giornalistica in piena regola.

Ad ogni modo anche questa volta il Potere si è dimostrato più forte degli scandali e, evaporato il temporale estivo, ha varato la tanto attesa "Top 100".
Il Barolo Docg 2004 di Pio Cesare è l'unico grande vino italiano entrato nell'Olimpo dei primi dieci. Più ancora che il premio al ristorante inesistente, l'assenza di un Brunello, di un Amarone, di un Taurasi, piuttosto che di un Bolgheri o di un Supertuscan nelle primissime posizioni certifica su carta l'assoluta inaffidabilità delle graduatorie e delle patacche della Bibbia del vino. Che si conferma, anche per il 2008, al primo posto tra i falsi profeti.

Nicola Taffuri


1) Casa Lapostolle, Clos Apalta Colchagua Valley 2005
2) Château Rauzan-Ségla, Margaux 2005
3) Quinta do Crasto, Douro Reserva Old Vines 2005
4) Château Guiraud, Sauternes 2005
5) Domaine du Vieux Télégraphe, Châteauneuf-du-Pape La Crau 2005
6) Pio Cesare, Barolo 2004
7) Château Pontet-Canet, Pauillac 2005
8) Château de Beaucastel, Châteauneuf-du-Pape 2005
9) Mollydooker, Shiraz McLaren Vale Carnival of Love 2007
10) Seghesio, Zinfandel Sonoma County 2007

sabato 15 novembre 2008

Confessioni di Sassicaia

Stapparne una bottiglia è sempre un'esperienza rara ed emozionante per qualsiasi appassionato di vino. Aprirne cinque annate diverse in una volta sola è decisamente un evento da appuntarsi nelle memorie di una vita.
Sto parlando del Sassicaia, il mitico rosso in stile bordolese della Tenuta San Guido di Bolgheri (Li), di proprietà dei Marchesi Incisa della Rocchetta. Protagonista, qualche giorno fa, di una eccezionale degustazione presso il ristorante San Gerolamo di Vercurago, alle porte di Lecco, organizzata da Anna e Paola Campidori, le giovani titolari di una nuova e curatissima "boutique del gusto" in quel di Oggiono (Lc), ricca di vini e prodotti tipici di ogni sorta, prezzo e provenienza.
Io purtroppo me la sono persa a causa dei soliti impegni inderogabili. Ma non mi sono dato per vinto e così ho chiesto la cortesia ad Anna, sommelier Ais come sua sorella Paola, di scrivermi due righe sulle emozioni provate quella sera. E lei, da vera appassionata di vino, ha accettato subito con entusiasmo.

STREGATA DAL SASSICAIA
"Può capitare che un vino ti lasci senza parole.
A me è successo lunedì scorso con il Sassicaia.
Mi sono trovata di fronte a quello che sapevo essere un grande vino, dal nome imponente ed evocativo, dall’etichetta elegante ed essenziale, vanto del patrimonio enologico italiano, uno dei pochi capace di confrontarsi con i grandi francesi.
Un vino che avevo già assaggiato in tempi passati, di cui avevo un piacevole ma sfumato ricordo.
Lunedì sera, al ristorante San Gerolamo di Vercurago, grazie alla collaborazione di Luca, proprietario e chef e, posso dirlo con soddisfazione, alle bottiglie che provenivano dal negozio mio e di mia sorella Paola, ho partecipato con amici e clienti ad una degustazione di cinque annate di Sassicaia, dal 1990 al 2001, passando attraverso il 1995, 1997 e il 1999.
La degustazione è iniziata con l’annata più recente, il 2001.
Mi sono immediatamente trovata di fronte ad un vino dagli ampi profumi di frutta matura e dal grande sapore. Un piacere in bocca. Già dall’annata più giovane ci siamo subito resi tutti conto di aver di fronte un grande vino e non solo un nome altisonante.
Ma era solo l’inizio. La parte interessante e scopo della serata era capire l’evoluzione del vino: il risultato del lavoro di Mario Incisa della Rocchetta e Giacomo Tachis nel tempo. Sperando di restare piacevolmente sorpresi, il che non era poi così scontato tenuto conto che l’ultima bottiglia avrebbe avuto 18 anni di vita (perché con il vino è di vita che si parla).
La degustazione è continuata con un 1999, che presentava un tannino meno verde, facendosi più morbido in bocca ma con i profumi un po’ trattenuti.
E’ con il 1997 che secondo me c’è stato il primo grande salto ed è siamo stati tutti avvolti in un turbinio di sensazioni che non dimenticheremo. Dal 1997 al 1995 sino al 1990, il vino accarezzava sempre più il palato come il velluto. I profumi, sempre eleganti, si evolvevano dalla frutta matura, a note speziate, a profumi secondari e terziari di un vino evoluto, sino alle ciliegie sotto spirito dell’ultima grandissima annata, il 1990. I sapori esplodevano in bocca in una crescita esponenziale ed indescrivibile.
Era il vino ormai a parlare e ci aveva tutti ipnotizzati in un susseguirsi di emozioni vere e proprie. Emozioni che non finivano mai. Assaggiando e riassaggiando il vino, saltando da un’annata all’altra, ci si rendeva conto che il vino, ormai aperto da ore, continuava a crescere, ad evolversi, a regalare nuovi profumi. Lo stesso 2001, il più giovane, si arricchiva di note di liquirizia prima non colte e lasciava intravedere anche ai palati meno esperti le sue immense potenzialità di maturazione.
Un grande vino. Un vero capolavoro. Un’esperienza indimenticabile coronata dall’ottimo risotto di Luca e dagli strepitosi Champagne con cui abbiamo chiuso la serata"
Anna Campidori - Campidori Selections

venerdì 14 novembre 2008

Sicilia in Bianco

La Sicilia è il luogo della nostra Penisola dove più che altrove vanno in scena straordinari connubi tra uve locali e internazionali, capaci di dare vita a vini, sia rossi sia bianchi, di eccezionale eleganza e complessità. Il merito è della peculiare posizione geografica e della conformazione morfologica della regione, che offre angoli altamente vocati per la produzione di vini di qualità.
Mentre i grandi rossi da uve syrah, cabernet sauvignon, nero d'avola stanno conquistando fior di consensi e allori anche sui banchi d'assaggio internazionali, i bianchi sono ancora un po' nell'ombra.
Un vero peccato, perché tra di essi è facile scoprire prodotti veramente affascinanti e con un ottimo rapporto qualità-prezzo.

Poco tempo fa mi è capitato di assaggiare, per esempio, l'"Alastro" 2007 dell'azienda Planeta, un Sicilia Igt Bianco fatto con l'autoctono grecanico (parente strettissimo della garganega del Veneto) e il cosmopolita chardonnay.
Colore giallo paglierino bello limpido e consistente, profumi intensi ed eleganti di pesca gialla, banana, agrumi, frutto della passione, vaniglia e nocciola. L'esplosione di frutta tropicale e agrumi ci accompagna anche al gusto, dove si apprezza una bella morbidezza ben bilanciata dalla viva acidità e da una spiccata mineralità.
Davvero un bel bianco corposo ma non muscoloso, gradevolissimo, di ottima beva e classe da vendere. Infatti in enoteca non costa pochissimo, circa 12 euro, ma sono senza dubbio soldi ben spesi.

mercoledì 12 novembre 2008

Tokaji, quanti puttonyos hai?

Niente da dire. Gli ungheresi sono stati più veloci e furbi di noi italiani e hanno provveduto per primi a registrare in sede europea il nome di "Tokaji" per il loro vino più tipico. Con buonapace dei viticoltori italiani che si sono ormai rassegnati a chiamare "tai" o "friulano" quel vitigno conosciuto fino a pochi anni fa come tocai e che da noi viene usato per fare esclusivamente un bianco secco.
E' dunque una mera questione di nomi, perché i due prodotti, quello ungherese e quello italiano, non hanno mai avuto nulla a che spartire l'uno con l'altro.
Il Tokaji ungherese viene fatto con tre uve differenti: furmint, hárslevelű e muscat. Può essere secco (Szàras), dolce (Edes) ma sono senza dubbio le versioni botritizzate (Aszù) quelle di maggior pregio.
Tanto da indurre persino lo Zar di Russia, nei secoli passati, a mandare truppe di cosacchi apposta in Ungheria per scortare il prezioso nettare sino a San Pietroburgo. In particolare lo Zar andava matto per una versione superconcentrata dell'"Essencia", il grado più stucchevole nella classificazione del Tokaji in base agli zuccheri contenuti. Ma tant'è.
Oggi come allora la dolcezza del Tokaji Aszù, fatto miscelando una parte di bianco secco con il mosto di uve appassite per via dell'attacco della botrytis cinerea, la cosiddetta "muffa nobile", si misura in puttonyos (da 2, il più amabile, fino a 8, la dolcissima Essencia).
Questi non sono altro che le tradizionali gerle contenenti ciascuna 25 kg di uva botritizzata. Più puttonyos di uva si aggiungono al vino secco, più il Tokaji Aszù sarà dolce e strutturato, al termine di un invecchiamento nelle botti che può andare dai 2 fino ai 10 anni e più.

Io ho avuto l'estremo piacere di assaggiare il Tokaji 6 Puttonyos 1998 50 cl. dell'azienda Baron Bornemisza, che troviamo anche da Peck al prezzo di 49 euro.
Colore dorato profondo e brillante, profumi molto intensi di rara complessità e assoluta eleganza. Si fa notare per prima la caramella al miele, seguita da squisite sensazioni di datteri, albicocche secche, marmellata di fichi, frutta candita, con una nota minerale di iodio. In bocca è dolce, caldo e morbido ma colpisce per la viva acidità che lo rende fresco e piacevole. E' l'esatto contrario di ciò che si definisce un vino stucchevole. Questo Tokaji non stanca mai - e perdonate la rima non voluta - per merito, oltre che della freschezza, del tenore alcolico di 12 gradi. Pochi, se pensiamo che, per esempio, un Passito di Pantelleria ne ha solitamente 15!
Come abbinamenti un consiglio. Bevetelo da solo, per apprezzare al meglio le mille sfumature di questo grandissimo vino dolce ungherese.

Nicola Taffuri