giovedì 30 marzo 2023

Cena valtellinese... vista Gran Sasso

Solitamente quando devo scegliere cosa abbinare alla cucina territoriale preferisco pescare dalle cantine, appunto, del territorio. In occasione però di una recente cena di fine inverno con homemade pizzoccheri, costine e polenta ho deciso di sacrificare una bellissima bottiglia di Montepulciano d'Abruzzo che mi era stata regalata l'estate scorsa da un'amica di ritorno da una vacanza sul Gran Sasso.

Questo vino nasce da uve prodotte sopra i 550 metri s.l.m. sulle colline all'interno del Parco nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, dove il terreno argilloso-calcareo, unito all'escursione termica tra la potente insolazione diurna e le notti fesche, favoriscono la massima espressione dell'uva montepulciano.
Non bastassero i 15 gradi riportati in etichetta, già dal colore rosso scuro impenetrabile ci si accorge di essere al cospetto di un vino importante, di quelli da versare con attenzione per non rovinare la tovaglia, quella bella. Un pratico sottobicchiere e il problema è risolto.
I profumi intensi di prugna matura, ciliegia sotto spirito, marmellata di amarene si accompagnano a note terrose, selvatiche e speziate che ricordano il cuoio e il pepe nero per sfumare su tonalità balsamiche di eucalipto. Questa complessità aromatica ha un ottimo riscontro in bocca, sostenuta da una vivida acidità e da un ruvido tannino che fanno intuire che questo 2018 è un giovincello che ha davanti ancora un po' di strada da fare. Già pronto oggi principalmente con piatti strutturati di carne, andrebbe rivisto anche tra qualche anno per sondare la sua evoluzione nel tempo, per gustarlo anche a fine pasto con un bel caciocavallo stagionato.
Ottimo come alternativa a un classico Valtellina Superiore con i pizzoccheri, meno bene con carne alla brace o al forno, asciuttina e leggermente amarognola per via delle bruciacchiature. Il tannino, la freschezza e la nota alcolica importante suggeriscono piatti più elaborati con un intingolo, tipo i brasati e il gulasch, dove stemperare alcol e polifenoli.
I vini potenti sono davvero buoni se non ti mandano ko dopo il primo calice, il Testarossa è uno di questi.

lunedì 27 febbraio 2023

Gros Jean, un valdostano dall'accento burgundo

 

Tra le mode del momento sì è fatta strada da qualche anno quella dell' "adozione a distanza" di alberi, stelle, stalle, arnie e...vigneti. E così grazie a mio cugino Marco mi sono ritrovato padre adottivo di un filare di pinot nero in quel di Quart, località valdostana distante, appunto, quattro miglia romane dal capoluogo Aosta, a un'altezza di circa 500 metri sul livello del mare.

Qui l'azienda biologica Gros Jean offre la possibilità di adottare due crus: il più recente Rovettaz e lo storico Tzeriat, posto tra i 750 e gli 800 mt s.l.m. e da dove proviene, appunto, il "mio" Pinot Nero, annata 2020.

Premesso che il pinot nero di stile borgognone è il mio rosso preferito, devo dire che in questo vino ho ritrovato tutte le piacevoli sensazioni provate andando per cantine da Beaune verso nord lungo tutta la Côte d'Or.

Il colore rosso rubino scarico, le intense sensazioni di piccoli frutti rossi e amarene che danzano con i sentori speziati di caffé, liquirizia e sottobosco, mi hanno riportato a quella Francia, spesso tronfia e pretenziosa ma tanto seducente nella sua schietta personalità.

Parliamo comunque di un'annata ancora giovane ma già pronta e alla portata di tutti, da bere tutti i giorni in compagnia di primi piatti strutturati o di secondi di carne, grigliate o arrosto, piuttosto che da assaporare a fine pasto in compagnia di un formaggio grasso di capra o di un gorgonzola nostrano. Volendo giocare con la temperatura di servizio si potrebbe anche abbinare, servito a non più di 14°, a un filetto di tonno o di pesce spada alla griglia. Non siamo nell'olimpo del Pinot Nero, ma nella rassicurante "comfort zone" di un ottimo vino versatile e ben rappresentativo di un vitigno e del suo terroir.

Ultima nota di merito l'etichetta elegante sulla classicissima borgognotta, con stampato il cognome del padre adottivo.

mercoledì 21 dicembre 2022

Natale, tempo di regali ma occhio alle annate!

Da qualche anno i supermercati ospitano dei reparti che sono delle vere enoteche, che sotto le festività spesso propongono offerte che difficilmente un'enoteca potrebbe permettersi di mettere in vetrina. Potenza dei grandi numeri. C'è tanto di buono ma spesso nei grandi numeri si cela anche l'occasione per tutta la filiera, dalla cantina alla gdo, di smaltire qualche fondo di magazzino invenduto. Capita in autogrill, mi è capitato spesso leggendo le newsletters con le offerte dei più noti siti di vendita di vino online, mi è capitato qualche giorno fa in un noto supermercato a Lecco.

Nelle cataste di confezioni regalo mi cade l'occhio su un trittico valtellinese griffato Conti Sertoli Salis.

Ingolosito dal nome e dai 34,90 € della cassetta di legno, mi avvicino per controllare il contenuto della confezione, visto che stavo proprio pensando di inviare un omaggio valtellinese a dei cari amici siciliani. La apro e scopro un Grumello Docg del 2015, un Valtellina Superiore Docg del 2012 e il Saloncello Igt Alpi Retiche, del 2019. Ora, dico io, va bene che i vini da uva nebbiolo hanno un potenziale da invecchiamento che ha pochi eguali tra i vini della Penisola. Tuttavia non stiamo parlando di un grande Barolo o di un rinomato Supertuscan ma di prodotti base di un'azienda vinicola valtellinese dal passato certamente più glorioso del presente. Per intenderci, oggi in Valtellina si può trovare decisamente di meglio. Acquistare confezioni regalo con bottiglie di più di un lustro di età può farci fare davvero una magra figura, quindi occhio al prezzo ma soprattutto all'annata!


lunedì 21 novembre 2022

Teo Costa, il Roero che ti aspetti

Castellinaldo d'Alba visto da Guarene. Sullo sfondo,
il Cervino e il Monte Rosa.
Dalla torre di Barbaresco ammiravo il paesaggio circostante, pennellato da tutti i colori dell'autunno e incorniciato nella magnifica corona alpina imbiancata a fresco, e notavo la piega del Tanaro là sotto, e l'andamento verso nord della corrente, provocandomi una sorta di vertigine dovuta alla mia abitudine lombarda a vedere i fiumi scorrere verso sud. E allora mi sono detto perché non capovolgere anche la prospettiva vinicola e andare a scoprire cosa c'è sulla riva sinistra, nel Roero?.

Al di là dell'aspetto romantico e paesaggistico ero convinto che, per usare il caro vecchio Monopoli come metafora, passando dalle Langhe-Parco della Vittoria al Roero-piazza Giulio Cesare, anche i prezzi dei vini sarebbero stati più accessibili senza rinunciare neanche a una goccia di qualità.

Caduto l'occhio sul bricco di Guarene, dirimpettaio rispetto al feudo di Gaia, apro le mappe di Google in cerca di una cantina in zona e tra le proposte mi si accende una lampadina sul nome di Teo Costa in Castellinaldo. Deja vu o intuito chi lo sa, imposto il navigatore e si parte.

E' un primo pomeriggio di sabato, siamo nel pieno dell'alta stagione del tartufo - a Grinzane Cavour è in corso l'asta - e il cortile di Teo Costa ospita diverse auto immerse nella bruma profumata di vinaccia.

Entriamo in cantina e veniamo subito accolti dalla gentilezza di Viviana Costa che, insieme ai fratelli Manuel e Isabella, rappresenta la quinta generazione di questa famiglia di vitivinicoltori attiva dai tempi di Cavour.

La sala degustazione è molto accogliente e luminosa e offre un balcone sulle Alpi. Lo sguardo cade su alcune bestiole al pascolo nella radura sottostante. "Sono maiali neri piemontesi, che mio padre Roberto ha reintrodotto in questi anni incrociando diversi ceppi di maiale nero italiano per ripristinare questa antica razza autoctona". Muso e colletto bianchi per 200-250 kg di carne eccellente. 

"Mangiano di tutto, in questo periodo principalmente le vinacce di scarto della vinificazione".

L'ottimo salame e lo strepitoso prosciutto serviti in degustazione sono lo straordinario prodotto di questa seconda passione di casa Costa. Ma le sorprese sono appena cominciate.


Dall'Arneis al Barolo attraverso i territori della Barbera e del Dolcetto

La formula proposta è molto onesta e accattivante. La degustazione di 3 vini a scelta costa 20 euro, quella da 5 costa 30 euro. Con l'acquisto di almeno un cartone ciascuno il costo di degustazione viene azzerato. Sul tavolo scorreranno racconti del territorio, dettagli tecnici di vinificazione e grissini a volontà accompagnati dagli strepitosi salumi di nero piemontese e dal leggendario Bettelmatt, il  preziosissimo formaggio prodotto negli alpeggi dell'alta Val d'Ossola che solo un vero appassionato del buon gusto può pensare di proporre in degustazione. Anche in questo scommettiamo che c'è lo zampino del sig. Roberto.

Alla fine assaggeremo sei vini e compreremo un cartone di Roero, uno di Barbera d'Alba e una magnum di Barolo. Non sono rimasto impressionato né dall'Arneis degustato, che mi è sembrato "scappar via" un po' troppo velocemente dalla bocca, né dal Dolcetto, vinificato alla vecchia maniera senza passaggi in botte, per mantenere la sua natura di vino da tutto pasto e da tutti i giorni.

Al contrario, la Barbera d'Alba Docg Castellinaldo ha impressionato per potenza e ricchezza sia all'olfatto sia al gusto. Mi sono permesso di definirla una barbera "barolizzata", perché evidentemente la palestra del passaggio in botte le ha fatto spuntare dei muscoli da vino potente e complesso. Del resto qui si scolpisce questo volto importante alla barbera, per quella acidella, beverina e magari frizzantina chiedere nell'astigiano o nel Monferrato.

Molto buono anche il Roero Docg "Batajot", con le tipicissime note fruttate e terrose del nebbiolo e le speziature dell'affinamento, con un contorno vegetale davvero gradevole.

Dai vigneti in Novello ecco anche uno stupendo Barolo Docg "Monroj" da uve nebbiolo lampia, sontuoso vino da invecchiamento, affinato 30 mesi in botti di rovere grandi più altri sei in bottiglia, con le tipiche note tartufate e di idrocarburi e un ventaglio di aromi che si allarga sorso dopo sorso.

Tutti vini eccellenti, potenti e dall'ottimo rapporto qualità-prezzo. Una cantina dove tornare per godere dell'ospitalità e saggiare l'evoluzione dei suoi prodotti nel corso degli anni. "Arvedse" signori Costa!

lunedì 14 novembre 2022

Il Ribelle della Valvarrone

Anni fa, quattordici per la precisione, organizzai una gita in Val Varrone, angusta valle che da Premana, alta Valsassina, in un paio d'ore di scarpinata sale verso i pascoli a ridosso del Pizzo dei Tre Signori. Non ho la minima idea del motivo per cui mi spinsi ad optare per quella meta, avendo a disposizione nel territorio itinerari ben più noti e frequentati. Sta di fatto che, quel giorno di metà agosto del 2008, lasciata l'auto nei pressi delle rinomate coltellerie del piccolo borgo montano del lecchese, risalii la ripida mulattiera che attraverso i boschi, costeggiando il torrente, conduce fino all'imbocco della valle. Lì fui colto dalla meraviglia dei prati ancora in piena fioritura, a causa di una stagione particolarmente generosa in quanto a piogge.

Dopo un piatto di squisiti pizzoccheri presso il rifugio Casera Vecchia andai a fare visita alla poco distante Casera Nuova, dove scoprii un Grasso d'alpe tanto memorabile che l'avrei usato come termine di paragone per tutti gli altri formaggi che avrei assaggiato negli anni successivi, Bettelmatt e Compté compresi.

Stiamo parlando dell'Olimpo del formaggio d'alpeggio. Bene, quest'anno dopo Ferragosto sono ritornato in Valvarrone per vedere se quella meraviglia provata anni fa fosse ancora almeno in parte confermata. Per la verità mi sarei già accontentato di ritrovare il giovane casaro che allora in sella a una moto da cross radunava le greggi delle capre (perché in questo bitto senza dop c'è cca il 20% di latte di capra), giusto per la soddisfazione di sapere che lassù c'è ancora un presidio del gusto portato avanti dalle nuove generazioni.


Il presidio c'è ancora, il casaro è cresciuto - pure di stazza - e il prezzo del suo Grasso d'Alpe pure: da 10 euro al kg in 14 anni è passato a 18€/kg. La meraviglia è stata la stessa di allora: formaggio gustosissimo, pastoso e super aromatico nonostante la scarsa fioritura dei pascoli complice la stagione secca. Doppia meraviglia. In questi anni il "varrone" è cresciuto anche di lignaggio, entrando a far parte della ristretta famiglia dei "ribelli del Bitto".

A questo link ho trovato un interessante articolo del 2016 su questi casari di Delebio e sullo Storico Ribelle, di cui il Varrone è la massima espressione.

Un formaggio senza compromessi e ricercatissimo perché, oltre a essere squisito, a differenza del Bitto Dop che ha un disciplinare più "elastico" ed esteso geograficamente, non ammette l'impiego di mangimi e seguita ad essere prodotto esclusivamente in alpeggio con gli attrezzi tradizionali (caldera di rame e forme di legno) e la consueta doppia mungitura giornaliera con l'aggiunta di circa il 20% di latte di capra (che nel Bitto invece è facoltativa e non supera il 10%). Lunga vita ai ribelli.

Bruna Alpina

Capra Orobica


martedì 13 settembre 2022

Cenere e vino

Picon, viento y océano. Sta tutta qua Lanzarote, la più selvaggia delle Isole Canarie, forgiata dai vulcani, morsa dalle onde dell'Atlantico e modellata dagli Alisei - quelli che diedero una spintarella a Cristoforo Colombo nel suo viaggio verso il nuovo mondo, per intenderci - che soffiano quasi incessantemente sulle sue coste. Un'isola estrema dall'aspetto lunare con un cuore ricco di meraviglie, proprio come la verde olivina incastonata nella nerissima pietra lavica che ricopre interamente l'isola.
L'ultima catastrofica eruzione fu quella che diede origine al parco vulcanico del Timanfaya, principale attrazione dell'isola valorizzata, come le altre perle locali, da quel geniaccio di Cesar Manrique

Vigneti a La Geria. Sullo sfondo, 
il profilo dell'imponente Caldera Blanca.
Dal 1730 al 1736 le eruzioni coprirono interamente la parte agricola di Lanzarote, costringendo nei decenni successivi gli abitanti rimasti ad abbandonare la coltura cerealicola puntando sulla viticoltura.
Una manciata di ettari in mano a pochi proprietari, spesso legati al potentato ecclesiastico, che hanno adattato la nuova coltura alle condizioni climatiche: viti basse, interrate in piccole fosse di cenere protette dal vento da muretti di pietra lavica. Queste piccole conche aiutano anche a trattenere per quanto possibile l'umidità notturna o delle rare piogge stagionali.
Risultato: poca uva di eccellente qualità, i cui aromi sono amplificati dalle forti escursioni termiche tra il giorno e la notte, come si conviene a una terra posta all'altezza del Sahara, che ogni tanto allunga sull'isola il suo alito caldo tramite la calima.
In un ambiente del genere la scelta del vitigno non poteva che ricadere su una malvasia, uva aromatica già rodata in territori estremi simili, come la nostra Pantelleria.


Lanzarote Doc Malvasia Rubicon 2021
La cantina Rubicon si trova a La Geria, piccola località nel cuore vitivinicolo di Lanzarote, nella zona centro sud, a ridosso del parco vulcanico del Timanfaya. La sua malvasia secca del 2021 è un mirabile esempio di quello che può regalare questa terra solo all'apparenza sterile. Colore giallo paglierino limpido con riflessi dorati, consistente, conquista subito per l'incredibile potenza ed eleganza dei suoi intensi profumi fruttati. Pesca gialla, ananas e mango cedono il posto al pompelmo maturo per sfumare su venature più minerali che ricordano lo zolfo e la polvere pirica. Sensazioni che si ripresentano in bocca, incastonate nel tessuto alcolico importante (13,5°) e che restano a lungo per sfumare su un finale dolceamaro. Un vino sorto dall'inferno per rallegrare la vita dei residenti e dei turisti che decidono di concedersi una pausa all'ombra di uno degli eucalipti fuori dalla bodega.
Per poi portarsi a casa qualche bottiglia da accompagnare a un pesce al forno, a un piatto di crostacei, a un formaggio duro stagionato o a qualche fetta di pata negra
L'ultimo sorso è per chiudere gli occhi e sognare di essere ancora lì, tra picòn, viento y océano. Prezzo in cantina: 10 euro.

sabato 12 dicembre 2020

Il Pelaverga, tanta potenza in una manciata di ettari di Langa

In questi giorni di chiusure imposte e regioni che virano dal rosso al giallo e viceversa, ho ripensato a quell'ultima visita in cantina, nell'anno primo A.C. (avanti Covid) effettuata in una brumosa domenica di inizio novembre di un anno fa. Pullmino carico di  una bella compagnia di bevitori brianzoli goderecci (no, talvolta "brianzolo" e "godereccio" non sono un ossimoro) e via, destinazione le Langhe. Verduno, per la precisione, patria di uno dei cru di Barolo più pregiati, il Monvigliero, e soprattutto feudo esclusivo di produzione del Pelaverga.

A questa uva negra - come veniva descritta nel '400 - le aziende del territorio dedicano sforzi e investimenti per mantenere viva una storica tradizione vinicola sottraendo spazio (in tutto circa 18 ettari) al vicino più blasonato, per continuare a regalare al mondo del vino questo rosso assolutamente unico e inconfondibile per i palati più allenati.

Una di queste è l'azienda Poderi Roset di Silvio Busca, che ci ha ospitati per un racconto lungo e interessante cominciato da queste vigne srotolate sul bricco di Verduno, con una vista a 360 gradi che spazia dal Monviso, a La Morra, Alba e Barolo, e terminato con una interessantissima degustazione tra cisterne di acciaio inox e siringhe a pescare dalle botti l'anteprima del loro nettare prezioso.

Di quella visita, oltre al bellissimo ricordo, ho recuperato di recente l'ultima bottiglia rimasta del Pelaverga Poderi Roset per immolarla davanti a un classico della tradizione gastronomica lombarda: un risotto con vino rosso e salsiccia.

Dei vini degustati un anno fa, devo dire che ero rimasto positivamente impressionato dal Dolcetto, che il buon Silvio aveva presentato sottotono come spesso è il carattere autenticamente modesto e schivo ai complimenti del viticoltore di Langa, e naturalmente il Barolo Monvigliero. Il Pelaverga mi era parso invece un po' troppo esuberante, negli aromi e nella potenza alcolica. In effetti per il 2017 parliamo di un vino da 14 gradi, con un corpo fruttato che mostra i muscoli di un Syrah della Sicilia, tanto per intenderci.

Questo secondo assaggio, complice anche un abbinamento perfetto, mi ha invece letteralmente conquistato.

Verduno Pelaverga Doc Poderi Roset 2017

Colore rosso rubino scurissimo con riflessi violacei, al naso rivela subito la sua esuberanza di frutta rossa, spezie e fiori viola. Piccoli frutti del sottobosco, pepe, ciclamino, lavanda e una punta di pompelmo rosa, e chi più ne ha più ne metta. Ottima la corrispondenza in bocca, dove il corpo fruttato inonda il gusto, accompagnato dal tipico piacevole "pizzicore" speziato e dalla calda carezza della nota alcolica, mantenuta viva da un'acidità giunta al suo apice di maturità. Un vino "grasso" che colora lingua e denti e invita alla beva, ben mascherando i suoi 14 gradi. Sicuramente è perfetto oggi, dopodomani potrebbe già essere in fase calante. Al Pelaverga, del resto, non interessa ambire alla longevità di un Nebbiolo, gli basta fasi riconoscere e apprezzare per quello che è: un vino saporito, corposo e profumato che non ha alcun interesse a mostrare muscoli che non ha. Non ha una grande acidità né un tannino importante, di conseguenza va bevuto ancora relativamente giovane, entro 2-3 anni dalla vendemmia, per apprezzare meglio un frutto e una florealità che potrebbero appassire e appesantirsi rapidamente da un anno con l'altro. In una terra costellata di gioielli il Pelaverga è un ottimo prodotto artigianale per tutti i palati e i portafogli, visto che il prezzo delle bottiglie difficilmente supera i 10 euro. Ed è una vera goduria.

Abbinamenti: primi piatti con carni, risotti con salsiccia e funghi, costolette di agnello, formaggi di media stagionatura, anche a pasta morbida.

mercoledì 3 giugno 2015

Pinot noir in tutte le lingue del mondo

Invita una sera Guido Invernizzi, medico novarese e vulcanico docente Ais famoso per le sue appassionate iperboli in difesa dell'ancellotta e del pallagrello così come di quel tal Metodo Classico inglese, e apparecchiagli un tavolo di degustazione con sei espressioni mondiali del Pinot Nero vinificato in rosso. E' ciò che ha fatto qualche sera fa Elisa Cremonesi, delegata Ais per la provincia pavese, presso il lussureggiante resort Cascina Scova, alle porte di Pavia.
Una tavola alla quale era impossibile non partecipare.
Sei Pinot Noir di annate diverse da, nell'ordine di degustazione proposto, l'Isola sud della Nuova Zelanda, il Cile, il Sudafrica, l'Oregon, Israele e la Borgogna del sud.


Per un'infarinatura generale sul vitigno rimando a questo link.
Quello che insegnano ad ogni corso di degustazione è che il Pinot Nero è un vitigno difficile. Vuole un clima fresco, asciutto, con notevoli escursioni termiche tra il giorno e la notte, tante ore di luce, territorio drenante e sassoso-calcareo, ed è tremendamente vulnerabile a tutte le più classiche malattie della vite. La raccolta deve assecondare perfettamente la sua lenta maturazione, e in cantina porta un colore quasi cerasuolo e pochi tannini, tanto che alcuni produttori gettano nella pigiatrice anche parte dei raspi per compensare la scarsa carica tannica delle bucce. Il succo dell'uva è perfettamente bianco trasparente e inodore. La magia avviene in vinificazione.
Riporto qualche appunto sparso direttamente dal mio telefonino, improvvisato block notes.

SAINT CLAIR MARLBOROUGH PINOT NOIR 2013
Pinot di una zona tra Marlborough e Waipara, nel nord dell'Isola sud della Nuova Zelanda. Quasi tutti i vini qua hanno lo screw cap. Terreno calcareo collinare sottosuolo argilloso, grande escursione giorno notte. Profumi intensissimi. Uva monovigneti di Omaha valley. 30 barrique di primo, il resto di 2-3 passaggio. Vendemmia ritardata x lenta maturazione poi 5 giorni di raffreddanento prima della fermentazione. Rubino brillante piccoli frutti rossi noce moscata pepe bianco. Speziato, amarena, ribes rosso. Elegante giovane persistente. Sapido e polveroso,astringente ma non amaro. Vino magnifico.

VINHA VENTISQUERO PINOT NOIR "QUEULAT" 2011
Nei vigneti tra le Ande e il Pacifico la fillossera non è mai arrivata. I vitigni sono tutti quindi a "piede franco". Il clima gode di un'ottima escursione tra il giorno e la notte e della ventilazione continua da parte delle correnti oceaniche, in particolare dalla Corrente di Humboldt. Questo vino è prodotto nel nord del Cile, nella Valparaiso, tra Casablanca e Santiago del Cile, dove il clima ricorda molto quello delle zone più fresche del mediterraneo. I cileni sono veri maghi nell'arte dell'irrigazione a goccia e nella canalizzazione, maestria importantissima se si vuole coltivare adeguatamente un'uva come il pinot nero, che odia i ristagni d'acqua. 70 % barrique x 10 mesi, 30 % in acciaio.
Leggermente più "colorato" del neozelandese che era molto scarico. Attacco decisamente erbaceo vegetale, salmastro fin quasi alla salamoia. Poi spezie, pepe, e un frutto rosso che conquista spazi minuto dopo minuto. Molto meglio in bocca che al naso. Chiude balsamico e mentolato.
Meno longevo ed elegante del primo. Ad ogni modo un buon vino che necessita di adeguata areazione per accordare al meglio le sue complessità.

STELLENBOSCH MEERLUST PINOT NOIR 2012
Anche nell'entroterra di Cape Town le escursioni diurne sono marcate e i vigneti beneficiano della ventilazione dei venti oceanici, come il Cape Doctor proveniente dall'Oceano Indiano, che prima di giungere tra i filari viene naturalmente "dissalato" dalle ricche foreste del "bosco di Stellen".
In questa punta del Sudafrica abbiamo il maggior numero di ore di sole al mondo. La ricchezza dei suoli è enorme, con una collezione di circa 50 tipi di composizioni diverse, varietà dovuta al fatto che si tratta di terre derivanti direttamente dalla pangea, il continente primordiale che ancora non aveva dato il via alla deriva dei continenti. Nel complesso si tratta di terreni poco fertili, ricchi di granito e drenanti. Quindi perfetti per la viticoltura.
Diraspate, le uve vengono spremute e fatte fermentare in acciaio con un veloce passaggio in barrique, mentre la malolattica avviene in botti grandi. Maturazione: 50 % botti di allier e 40% in rovere x 10 mesi. Al momento è decisamente il "più borgognone" dei tre.
Grande, grande struttura data dal 14% di alcol.
Piccoli frutti rossi. Ribes,lamponi. Muschio e spezie, chiodo di garofano,liquirizia. Pieno opulento strutturato. Nota boisé piacevolissima. Ottima freschezza che fa salivare e tannino meraviglioso, associato a una grande sapidità.
Lunga la persistenza...

"Anima francese, suolo dell'Oregon", recita la traduzione dello slogan aziendale, che rende bene l'idea di quanto in quella che per molti coloni americani dell'est era la Terra Promessa il sodalizio vitivinicolo con la Francia mostri al mondo i propri orgogliosi prodotti.
In effetti questo è un vino perfetto, talmente elegante e raffinato da peccare quasi in personalità. Carattere ne ha invece da vendere. In questa vallata nel nord del Paese, un tempo occupata dal mare, la viticoltura ha una storia recente, risalente al 1975. Da allora le aziende vinicole hanno bruciato le tappe, dando vita a dei Pinot Nero che, ricorda Guido Invernizzi, negli ultimi anni "le hanno suonate non di rado ai grandi di Borgogna".
La maturazione molto lenta spinge la vendemmia fino alla prima decade di novembre. Una volta raccolte, le uve vengono diraspate e vinificate, inizia la lunga fermentazione effettuata anche in barrique francesi nuove per il 20%. Rubino scarico, naso ricco e raffinato, con una totale corrispondenza al gusto delle note di piccoli frutti rossi, amarene, pepe, sottobosco. Elegantissimo l'abbraccio tra le componenti acide, tanniche e sapide. Ricorda in maniera impressionante i Nuits-Saint-Georges della cote de nuits. Un vino tagliente e carezzevole. Perfetto e longevo.



YARDEN PINOT NOIR 2009
In Israele i coloni francesi hanno dato il "là" nel'800 a un percorso vitivinicolo che oggi ha raggiunto vette di assoluto rispetto.
Sulle contese alture del Golan il barone Rotschild ha comprato terre e impiantato vigneti, fiducioso che quella terra ricca di componenti vulcaniche, di tufi e basalti, potesse essere la base per una nuova colonia vitivinicola. Su queste montagne il clima offre escursioni termiche tali da riuscire a produrci anche l'Eiswein, il "passito di ghiaccio".
Questo terroir offre ottime condizioni di crescita per il pinot nero. Questo vino è stato affinato per il 70% in barrique nuove, per il 30 di secondo passaggio. Colore rubino scarico con riflessi granati, ha profumi intensi e complessi di fragoline di bosco, erbe officinali aromatiche, liquirizia. Sensazioni che tornano n bocca, incastonate in una grande struttura di buona  persistenza. Un vino davvero ben fatto.

SANTENAY AOC LOUIS LEQUIN "LES CHARMES" 1999 
Questo viaggio non poteva che terminare in Borgogna, dove tutto ebbe inizio ai tempi dei Romani, e dove l'attuale estrema parcellizzazione dei "clos" nacque dalla confisca terreni al clero da parte della Rivoluzione francese. Questo vino del sud della cote de Beaune è ancora in perfetta salute cromatica e gusto olfattiva a distanza di 16 anni. I profumi sono intensi, complessi ed eleganti e spaziano dalla frutta rossa matura, al tabacco, alla terra e  al cuoio, al tartufo. Molto interessante la nota ferrosa.
In bocca è imponente e ancora freschissimo, e invita alla  beva, ancora e ancora.
Dopo tutti questi assaggi saltando da un oceano all'altro c'era il rischio di annegare.
Ma, come chiosa Guido Invernizzi, "Se proprio devi annegare,meglio farlo nel vino che nel mare!".
Non fa una piega.

martedì 24 marzo 2015

Orcaio Super


Non amo particolarmente i vini da uve sangiovese. Anzi, per la verità, amo il volto rustico e beverino del Sangiovese, quello del tradizionale fiasco di Chianti da tracannarsi davanti a una zuppa di farro oppure il Morellino affatto pretenzioso prima dell'avvento della "barrique a tutti i costi", quello da accompagnare a un bel tagliere di finocchiona e caciotta toscana.
Però ben vengano le eccezioni. Soprattutto quando si tratta di fuoriclasse come questo Super Tuscan , dell'azienda Pianese, di Capalbio, con vigneti tra l'Argentario e l'Amiata. Il mare a ovest, i cinghialuti rilievi boscosi e il confine con il Lazio a nordest.

Non più di due settimane fa ho stappato l'annata 2006 ed è stata davvero esaltante, paragonabile a un buon Brunello. Nella scheda dell'azienda leggiamo "Orcaio e' frutto di una selezione di uve Sangiovese aziendali, vitigno da sempre coltivato nell'entroterra della Maremma. Matura in piccoli fusti di rovere francese per 18 mesi prima dell'affinamento in bottiglia... Capacità di invecchiamento: 15-20 anni".

 Se la freschezza standard è quella del 2006, non stento a crederlo. Nove anni e non sentirli, anche se a onor del vero la sensazione è che ormai, in vista della decade, stia per raggiungere la vetta del suo momento migliore e stia ormai per scollinare. Al momento non c'è alcuna incrinatura, è come un giovane quarant'enne che ha ancora il vigore dei trent'anni e l'esperienza e il fascino degli "anta".

Toscana Igt Sangiovese "Orcaio" 2006
Colore rosso rubino scuro, profondo e brillante, rotea nel calice con una bella consistenza che si avviluppa al cristallo in densi glicerici gironi danteschi.
Al naso è intenso ed elegante, molto complesso e fine. Cilegiona e amarene in esordio a braccetto con le note di liquerizia, sulle quali vanno a innestarsi subito sensazioni di cuoio, tabacco dolce e pepe nero, con sfumature di ciclamini appassiti e sottobosco. In bocca è corposo, avvolgente, caldo e morbido e di viva acidità intessuta in un tannino muscoloso ma elegante, come uno Schwarzenegger sorridente e vestito a festa.
Il finale è lungo e appagante, e lascia in bocca il sapore del nocciolino delle amarene sotto spirito.
Dico la verità, il vino era talmente buono che mi sono dimenticato il menu. Potrebbe essere addirittura ideale a fine pasto in compagnia di formaggi stagionati o di un prosciutto toscano stagionato tagliato grosso con il coltello, ma sicuramente trova il suo connubio ideale con delle pappardelle al ragù di lepre o con un cinghiale arrosto o in salmì.
In un'enoteca brianzola l'ho trovato a circa 20 euro.
Voto: 92

martedì 20 gennaio 2015

Nuova guida Ais: dalla vite al grappolo andata e ritorno

La settimana scorsa è arrivata per posta la nuova Guida dei Vini 2015 dell'Associazione italiana sommelier. Dopo l'intermezzo dell'ibrido 2014, più smilzo e con una sezione gastronomica dedicata ai ristoranti, torna più corposa che mai la guida enologica più prestigiosa in circolazione.
Finisce definitivamente, per i soci e i lettori, l'incubo della gestione "alla romana" di Franco Maria Ricci, storico editore e presidente dell'associazione.
Stando invece alla nuova Bibbia dell'eno appassionato, dopo il formato "mattonazzo" che forse non si era mai visto nemmeno nei tempi d'oro pre-crisi, balza all'occhio la maggiore scientificità del testo e della grafica. Recensioni concise senza troppi fronzoli o pompose lodi alle aziende, giudizi più critici e imparziali, assenza di alcuni campioni indiscussi per dare maggiore visibilità ai prodotti meno noti delle stesse case vinicole. Insomma: bastano pochi giri di pagina per percepire netta la sensazione di serietà e professionalità, che si erano un po' perse per strada, sacrificate al marketing di Bibenda.
Unica nota discutibile: il logo bruttino che ha sostituito il vecchio "grappolo" a premiare in numero crescente la qualità dei vini. I migliori non hanno più i 5 grappoli bensì le "t" della scritta vitae in copertina. Confidando in un logo più carino e creativo per il 2016, speriamo che la rinuncia al "grappolo" sia stata l'ultima concessione alla vecchia gestione padronale dell'associazione. Un "cavatappino" già andrebbe meglio. Ma poi, dico io, abbiamo il caro, vecchio taste vin...usiamolo!

martedì 13 gennaio 2015

Rosso di montagna biologico

Petit rouge con l'aggiunta di un "quartino" di cornalin, fumin e premetta, tutte uve autoctone valdostane. Questa la ricetta dell'uvaggio del Torrette Supérieur della cantina della famiglia Grosjean, storici vignaioli in quel di Quart che ormai da quarant'anni hanno imboccato con successo la strada del biologico.

Vallée d'Aoste Doc Torrette Supérieur "Vigne Rovettaz" 2012
Questo vino stupisce subito per il colore rosso rubino scuro, con leggere sfumature volacee, è molto denso e consistente e ha profumi intensi di buona complessità che spazia dai piccoli frutti di bosco maturi, in particolare le more e i ribes, virando sulla confettura di amarene per poi imboccare una via floreale e di spezie dolci assolutamente accattivante. In bocca queste note dolciamare sono sostenute da un tannino maturo e soprattutto da una viva acidità che rende ogni assaggio fresco e appagante. Anche la persistenza è di tutto rispetto, per un vino territoriale assolutamente equilibrato e ben riuscito, che seduce senza ruffianerie e parla la lingua inconfondibile di questi luoghi di montagna meravigliosamente esposti a sud su pendii che offrono un'incilinazione ottimale ai raggi solari.
Un vino ottimo per un "tutto pasto" con piatti saporiti, ideale accostamento di primi piatti con ragù e con secondi di carne, soprattutto brasati e umidi, anche di cacciagione e selvaggina da piuma e da pelo.
Voto: 86

lunedì 5 gennaio 2015

Oltrepo d'autore

Visto che nel post precedente ho fatto dell'ironia cattivella e superficialotta sulla qualità dell'offerta vinicola dell'Oltrepo, faccio subito parzialmente ammenda e scrivo due righe sul Metodo Classico di una delle mie aziende preferite, Bisio Devis, 9 ettari di vigneti a metà della collina su cui sorge il borgo arroccato di Montalto Pavese.
Da quando l'ho scoperta due anni fa, non ho ancora trovato un'altra casa vinicola pavese lontanamente paragonabile per qualità ai vini di quest'azienda biologica.
Una visita in cantina val bene la strada tortuosa e panoramica che sale verso la cittadella, soprannominata la "regina dell'Oltrepo" proprio per via della sua posizione dominante la brumosa campagna sottostante. Ad accogliervi non troverete asettiche sale di degustazione ma una famiglia disposta ad aprire le porte della sua cantina di vinificazione per degli assaggi un po' spartani ma quanto mai genuini, sia per spontaneità sia per l'alta qualità dei prodotti. Provateli tutti, anche perché hanno prezzi assolutamente competitivi.
Imperdibili per il mio gusto la Bonarda e la Barbera, dai profumi esuberanti e dall'elegante e sontuosa vinosità, così come il Riesling, benché io non ami questo bianco pavese. Ben fatto, infine, questo Pinot Nero spumantizzato, dimostrazione che anche in Oltrepo questa uva difficile può, se trattata bene, dare vita a egregie bollicine. Puntualizzazione dovuta al rapporto conflittuale tra il sottoscritto e il metodo classico pavese, esacerbato in occasione di un Vinitaly di qualche anno fa durante il quale venne presentato in pompa magna l'esordiente Cruasé delle più rinomate aziende del consorzio, di cui ancora ricordo una varietà di puzzette e saporacci a dir poco imbarazzanti.

Bisio Devis Oltrepo Pavese Doc Pinot Nero Brut Metodo Classico
Colore giallo paglierino cristallino, ha spuma di buona finezza e persistenza e profumi fini di noccioline tostate, crosta di pane, agrumi e fiori di tiglio. In bocca ribadisce quanto offerto al naso, in una carezza di cremosa freschezza di discreta persistenza. Io, in onore della tradizione delle risaie della vicina Lomellina, l'ho bevuto assieme a un risotto con provola affumicata e pomodori secchi, col quale si è legato alla perfezione. Tuttavia, non avendo particolari punte aromatiche o di acidità, ce lo vedo benissimo a tutto pasto, a cominciare dalle torte salate per finire con dei crostacei alla griglia. Si tratta infatti di uno spumante gradevole, non meritevole da solo di una domenica in collina, ma certamente un valente esemplare di quanto di buono e onesto la denominazione può offrire in ambito spumantistico concentrandosi più sulla presa di spuma che sulla pompa magna... Voto: 82

lunedì 29 dicembre 2014

Sorprendente metodo classico bergamasco

La Franciacorta è poco più a sud-est, distante una ventina di km, ed è tutta bresciana. Qui siamo prima del lago di Iseo, a Cenate Sotto, in piena terra bergamasca. Eppure questo pluripremiato spumante metodo classico dimostra un caratterino degno dei più pregiati cugini bresciani Docg.


Brut Metodo Classico 2010 "Ripa di Luna" - az. agr. Caminella
A lavorare per il pubblico a Pavia sotto le feste si finisce per fare incetta di bollicine dell'Oltrepo che, per esser buoni, il mio gusto giudica spesso indegne per il palato e lo stomaco umani. Fortuna che, alle volte, arriva anche qualcosa di buono da altrove.
E' il caso di questo metodo classico che l'azienda Caminella produce in quel territorio calcareo pedemontano nei pressi di Cenate Sotto, quei "Sas de la luna" esposti al sole e asciugati spesso dal vento tiepido e secco che soffia dalle Orobie poco più a nord, il Fohn.
Figlio dell'annata favorevole del 2010, è il frutto di una cuvée tra chardonnay (90%) con quel tocco di pinot nero a dare ulteriore struttura e complessità al vino.
Colore giallo paglierino cristallino, ha bollicine finissime e persistenti e un naso vivo e accattivante che invita subito all'assaggio. Le note fragranti di lievito sono sospinte da un agrume spumeggiante, dall'aroma della frutta esotica matura e da una mineralità che, per il gusto personale, è il vero punto di forza di questo metodo classico di ottima finezza e complessità. L'assaggio è accattivante e di carattere, freschissimo e sapido, con note lievi di pasticceria che arricchiscono senza appesantire, e un finale di agrume maturo che invita a portare di nuovo il calice alle labbra. Uno spumante davvero ben fatto, che ho abbinato a Natale con vari antipasti di pesce, come il salmone affumicato con i riccioli di burro, o le cappesante in foto con le quali si è sposato a meraviglia. Sconsigliato sui salumi troppo saporiti per via della sospinta acidità e sapidità del vino che farebbe a gomitate con il sale e le spezie di certi affettati. Consigliatissimo invece con un Prosciutto di Parma o di San Daniele, con dei crostini con il fegato d'oca oppure a fine pasto con un bel pezzetto di Parmigiano stagionato almeno 24 mesi.
Voto: 90

venerdì 21 novembre 2014

Fay una sera a Bergamo alta

Bergamo, come tutte le città con una doppia anima data dalla dicotomia storica ed estetica tra un nucleo "alto" e uno, più moderno, "basso", è un capoluogo dalle mille sorprese, spesso celate dietro l'angolo di un vicoletto come tanti.
E' il caso della Trattoria Le Tre Torri, posta in città alta nella graziosissima Piazza Mercato del Fieno, che propone un menu tipico bergamasco molto amato, cosa fondamentale, non solo dai forestieri ma soprattutto dai bergamaschi, popolazione molto godereccia soprattutto dal punto di vista culinario.
Oltre a proporre un menu a base di piatti forti come i classici casoncei, stinchi di maiale e brasati con i funghi e l'immancabile polenta taragna, questa trattoria ha anche una carta di vini ristretta ma ben congegnata. L'ultima volta che ci siamo stati abbiamo puntato su un nebbiolo valtellinese "sui generis", il Sassella di Fay.


Sandro Fay - Valtellina Superiore Docg Sassella 2011
Un valtellinese particolare perché, in Sassella e Valgella, dove il sig. Fay e suo figlio Marco, enologo appassionato della Borgogna, hanno i loro vigneti, il loro nome è legato alla ricerca di rossi più delicati ed eleganti rispetto ad altri conterranei più muscolosi e ruvidi. Impressione confermata anche da questo Sassella che ci ha fatto compagnia dai casoncelli con il guanciale saltato, fino al coniglio arrosto con polenta e funghi porcini.
Colore rosso rubino scarico con sfumature arancio e di bella consistenza, profumi di piccoli frutti rossi, viole, tabacco e sottobosco. In bocca è caldo e armonioso, con un tannino pienamente maturo che invita alla beva. Non eccezionale la persistenza anche perché comunque non ci troviamo di fronte al "Glicine", Sassella di punta dell'azienda, bensì al prodotto base, ma comunque un vino ben fatto, piacevole e perfetto con un menu di questo tipo. Con altre portate tipo "cervo in salmì" sarebbe certamente consigliabile salire di struttura. Voto: 84

lunedì 17 novembre 2014

Pizzoccheri e bollicine da rivedere

Da qualche anno uno degli abbinamenti enogastronomici più riusciti e in voga presso le serate di degustazione invernali proposte da vari ristoranti lombardi, accosta la cassoeula, tipico piatto della tradizione brianzola a base di carne di maiale e verze, allo Champagne. Del resto la finissima effervescenza e la freschezza del re degli spumanti ben si prestano ad esaltare la tendenza dolce di questo piatto robusto e popolare.
E allora perché non provare a proporre un altro abbinamento simile, mettendo tra noi e la bottiglia di metodo champenois un bel piatto di pizzoccheri valtellinesi?

Per l'occasione abbiamo scelto però il re degli spumanti italiaci, il Franciacorta Docg, precisamente l'Extra brut de La Montina, acquistato direttamente in cantina non più di un mese fa. Vediamo com'è andata.

Franciacorta Docg Extra Brut La Montina
Non male, decisamente non male. La freschezza e la ricca effervescenza di questo spumante prodotto a Monticelli Brusati nella tenuta storicamente di proprietà della famiglia Montini, che ha dato i natali al Papa Paolo VI fresco di beatificazione, ben si presta ad esaltare la tendenza dolce data dalla pasta del pizzocchero ma soprattutto dalle patate e dal formaggio. Così come i vivaci profumi agrumati e di crosta di pane valorizzano gli aromi del piatto, molto profumato. In realtà però questo pizzocchero non è venuto per la verità granché, perché troppo ricco di acqua di cottura e di formaggio latteria molto fresco che insieme hanno dato al piatto una succulenza eccessiva. Di conseguenza si è avvertita netta la mancanza della componente tannica ed alcolica, capace di fare a spallate alla pari con la robustezza del pizzocchero. Insomma, va bene l'esperimento ma un buon rosso ruvido valtellinese sarebbe stato ancora la soluzione canonica più consigliata per questo piatto. Anche se l'accostamento Extra Brut - pizzocchero è stato tutt'affatto sgradevole, anzi. Ma contro burro e  formaggio fuso ci vuole altro che questo pur buon Franciacorta.

martedì 11 novembre 2014

Trattoria rara a Pavia


La cosa curiosa è che,fino a dieci minuti prima di capitarci x caso davanti,si stava discutendo sull'assoluta mancanza a Pavia di una genuina e onesta trattoria-osteria, quando, inaspettatamente, ci siamo ritrovati davanti all'insegna de L'angolo di casa, in Piazza XXIV Maggio, 1.
Lontana dallo squallido struscio, posta in una piazzetta a un crocevia dei vicoli che dal Ticino - e dai parcheggi - salgono nel centro storico, questo locale unisce splendidamente quella sobrietà e quel calore tipico dei locali di una volta, a una gestione giovane attenta ai particolari come una cucina casereccia genuina, la musica soffusa e piacevole e una scelta dei vini fatta con criteri precisi. Certo, su alcune cose si può ancora migliorare, per esempio sulla doratura dello gnocco fritto e sulla scelta dei salumi da accompagnarvi, dando più spazio a prosciutto e culatello sacrificando la meno nobile mortadella, ma se non altro il rapporto qualità prezzo è super competitivo in una città dai locali pretenziosi quale è Pavia. Ottimi i ravioli di brasato e i dolci fatti in casa. E il vino? Onorando l'abbinamento territoriale abbiamo optato per un autoctono pavese, quell'uva rara che, unita alla croatina e alla barbera, rientra in percentuali minori nell'uvaggio della Bonarda e che, in purezza, non avevo mai assaggiato prima.

Provincia di Pavia Igt Pietro Torti Uva Rara 2013
Colore rosso violaceo molto scuro e denso, di discreta consistenza, al naso si presenta con un intenso aroma di viole e piccoli frutti rossi su un tessuto speziatissimo e selvatico. Un bouquet che è la nota distintiva dei rustici rossi della zona, e che è gradevolissima se ben equilibrata, come in questo caso. In bocca ha un frutto di eccellente freschezza che invita alla beva e aiuta a gustare meglio tutto ciò che la tradizione padana può offrirci a tavola, a partire dai salumi ai quali si accompagna bene anche per la not speziata, passando per tortelli e tortellini per arrivare, chi ce lo vieta, anche a qualche bollito misto. Davvero un ottimo vino tipico e rispettoso del terroir.

lunedì 10 novembre 2014

Cimice didattica

Curioso, che proprio quest'anno climaticamente strano anche per la scarsa presenza delle consuete cimici che sono solite intrufolarsi nelle nostre abitazioni attraverso il bucato steso e ritirato, è capitato di portare in tavola un vero e proprio succo di cimice.
Il cavallo di Troia è stato un Pinot Nero dell'Oltrepo, che mi è stato regalato e presentato come vero succo d'uva...

Ora, estimatori e detrattori a parte dell'espressione pavese di quell'uva scontrosa e volubile che è il pinot nero, interessa in questa circostanza prendere nota di uno dei più didattici difetti del vino di cui si parla nei corsi di degustazione, e che tuttavia, per fortuna, non è così come frequente come la classica "puzza di tappo" o di "straccio bagnato".


Difetto di fermentazione
Come possiamo facilmente leggere su internet, la colpa di questa terribile sensazione olfattiva è dovuta a un ceppo di alcoli superiori che si sviluppano durante la fermentazione, riconducibili a una sorta di sensazioni "erbacee distorte" che ricordano in maniera inequivocabile, appunto, la puzza delle cimici quando vengono schiacciate.
Il problema è che questo Pinot Nero pavese all'inizio si è presentato nel bicchiere con una bella effervescenza accompagnata da degli odori "confusi" ma per nulla sgradevoli. Se non fosse che, svanita dopo qualche attimo l'effervescenza iniziale, ha cominciato subito ad emanare il vomitevole difetto. Niente, cena rovinata, bottiglia nel lavandino. Pinot nero pavese rimandato a settembre dell'anno prossimo, quando le cimici, si spera, svaniranno dal vino e torneranno nell'atmosfera. 

martedì 12 agosto 2014

Weingut Hanka, ospitalità renana

Il nostro breve tour nel Rheingau (vedi post precedente) è incominciato dal celeberrimo Kloster Eberbach, monastero benedettino al cui interno sono state girate le scene del film Il nome della rosa, al quale però dedicherò il prossimo post. Faccio quindi un salto avanti di una giornata e andiamo a Johannisberg, considerato da molti il territorio più vocato per il Riesling renano e località nel comune di Geisenheim, che ospita una delle più importanti scuole di enologia del mondo. Nota anch'essa per l'omonimo monastero da dove mosse i primi passi la viticoltura renana dopo l'input iniziale dato dai romani, Johannisberg è una piccola frazione di mezza collina, dove domina lo "Schloss", il castello, che si sviluppò dall'antico monastero. Qui, per caso, nel corso del 1700 nacque l'abitudine di vinificare le uve intaccate dalla muffa nobile, che danno quel tratto dolce così caratteristico dei vini renani, dagli "spatlese" ai vari "auslese".
Oggi il castello, che ancora offre il nome alle etichette dell'omonima casa vinicola, è sede di importanti eventi e conferenze. Noi siamo invece ridiscesi un pochino verso la strada principale e abbiamo fatto visita alla famiglia degli Hanka, il cui stile, in quanto ad ospitalità e capacità enologica, è quanto di meglio l'enonauta possa chiedere ai propri viaggi.


La presentazione dell'azienda ve la lascio leggere sul sito internet o sul profilo facebook, qui andiamo subito alla sostanza. Prima di tutto, rispetto ad altre zone d'Italia assai meno blasonate o alla super celebrata Borgogna, stupiscono la semplicità e la cordialità da parte di una famiglia che apre la porta di casa a due giovanotti la cui competenza potrebbe essere misera quanto la disponibilità economica. Invece Sigrid Hanka e suo figlio Sebastian, enologo, ci fanno accomodare a un tavolino e ci fanno assaggiare a nostro piacimento tutto ciò che indichiamo loro sulla lista della loro produzione. Proviamo un Riesling Trocken, uno Spatlese Feinherb, un Kabinett e un Auslese. Per pudore - e tasso alcolico ormai sopra i livelli di guardia - evitiamo di continuare la nostra "messa all'indice" verso i più impegnativi e costosi Beerenauslese e TBA. Ma siamo sicuri che i due non avrebbero fatto una grinza e avrebbero seguitato a servirci quanto richiesto.
C'è da dire, a onor del vero, che sarebbe stato alquanto strano se due italiani - mosche rare, a queste latitudini - saliti in macchina sin lassù per scoprire i gioielli di questa zona vinicola avrebbero bevuto senza caricarsi nulla nel bagagliaio. Ma tant'è. Viva l'ospitalità renana.

Geisenheimer Klauserweg Riesling Spatlese Feinherb 2013
I Riesling.. beh, che dire? Nulla al confronto con i Riesling didattici tutto "frutto ed elasticone" serviti durante le costose serate di degustazione in Italia. Questi sono vini eleganti, dove la componente aromatica e fruttata del riesling si incontra alla perfezione con le componenti minerali del terreno, e dove la nota dolce si sposa meravigliosamente con una freschezza che spinge la beva sempre un gradino più in là.
Personalmente io amo i Riesling più secchi, ma la freschezza e l'eleganza dei "botritizzati" manda a carte all'aria tutta la nostra scala di dolcezze a cui siamo abituati.
Alla fine ho comprato quattro Pradikat "feinherb" (amabili) e due Pradikat Riesling "3 Generationen", tutti del 2013, e due mezze bottiglie di Auslese del 2005. Di volta in volta dedicherò loro un post a parte.
Domenica ho "sacrificato" uno dei feinherb vendemmia tardiva per uno dei miei ricorrenti piatti estivi, un risotto con il pesce persico.
Davvero eccellente. Un vino profumato - il riesling è un'uva semi-aromatica - accanto a un piatto profumato è già un ottimo preambolo per un buon abbinamento. Che si esalta tra reciproche dolcezze vivacizzate dall'ottima acidità del vino e dalla sua importante struttura. Il finale stenta a venire e lascia in bocca un dolce ricordo che allontana e rimanda "a dopo" il rituale caffé.

lunedì 4 agosto 2014

Alla scoperta del Rheingau, culla del Riesling renano

Una sconfinata distesa di vigneti di colore verde tenue. E' questa la prima cosa che balza all'occhio percorrendo da est a ovest la strada a veloce scorrimento che collega la ricca città termale di Wiesbaden, porta della regione del Rheingau, e la piega che il Reno fa verso nord nei pressi del villaggio fluviale di Rudesheim, da dove parte la funivia che sale al belvedere del monumento del Niederwald (vedi foto), ricordo di uno dei tanti allori militari prussiani. A nord lo scudo naturale delle pendici del monte Taunus, a sud il bacino fluviale che in questo tratto si allarga fino a raggiungere un'ampiezza di 400 metri. Quasi un lago, color marrone e verde e torbido, dove le lunghe chiatte dell'industria fluviale renana si incrociano continuamente con i battelli turistici, e dove il sole riflette i propri raggi donando alla zona un microclima talmente dolce da essere accostato a quello mediterraneo.
La vegetazione è rigogliosa e i paesi con le tipiche case colorate in legno e cemento, con i tetti spioventi, sono dei giardini fioriti. Rose, principalmente, di ogni varietà e colore. E poi alisso, bocche di leone, begonie e girasoli, ed erbe aromatiche.
I terreni, in questa striscia collinare lunga poco più di 30 km, presentano una tale varietà di composizioni da permettere al riesling, che qui domina incontrastato i filari con quasi l'80% di presenza, di dare vita a un ventaglio di espressioni vinicole davvero entusiasmanti, favorito anche dalle diverse declinazioni sviluppate dalla tradizione vinicola locale.
Si va dalle versioni assolutamente secche e beverine di alcuni Riesling Kabinett "trocken" ("secco", appunto) per raggiungere le vette di complessità dei vari auslese botritizzati.
I suoli del Rheingau sono composti da scisti argillosi, quarzite, fillite, sedimenti del terziario e dal loess, la
polvere dell'era glaciale. Quest'ultimo, presente un po' ovunque, è alla base della delicatezza e della freschezza fruttata dei Riesling, così come la quarzite regala maggiore struttura ai Riesling della collina di Rüdesheim, e la marna argillosa a fondo valle rende la collina di Hochheim un'énclave per la produzione di eccezionali Pinot Nero che davvero poco hanno da invidiare ai grandi della cote de nuits.
Ma andiamo con ordine. Il viaggio inizia alla stazioncina di Walluf, direzione Kloster Eberbach, monumento monastico,cinematografico e, soprattutto, vinicolo. continua...

venerdì 21 marzo 2014

Epifanie primaverili a Castel Grumello

Ci sono dei momenti in cui si è talmente assorti nelle proprie faccende lavorative che si finisce per perdere il contatto con la realtà. Ma basta poco, anche solo una gocciolina d'acqua caduta da un pergolato apparentemente rinsecchito, per smontare in un millisecondo il castello di carte sopra cui siamo saliti e  riportarci con i piedi per terra a ricordarci chi siamo e da dove veniamo.
Peccato che queste joyciane epifanie capitino di rado. Ebbene, una mi è piovuta nel piatto qualche giorno fa, durante un assolato pranzo di lavoro a Sondrio, in verità un duecento metri sopra il capoluogo valtellinese, precisamente sotto un berceau del ristoro sospeso tra le vigne di Nino Negri e il panoramico Castel Grumello, di proprietà del FAI.
A maniche di camicia rimboccate sotto un sole già cocente a metà marzo, si parlava di mutui, di politica e società con due pezzi grossi della Banca popolare di Sondrio, quando una gocciolina è caduta sul telefonino appoggiato sulla tavola. Poi un'altra sul coltello e un'altra ancora sulla testa. Preoccupato dello scherzo di qualche passero in volo radente sopra la torre diroccata del castello, alzo lo sguardo strizzando gli occhi al sole e mi accorgo che, invece, sono protagonista del fenomeno più commovente per un viticoltore: il pianto della vite.
La linfa che dalle radici ricomincia a pulsare nella pianta finisce per trovare sfogo nei tagli delle potature più recenti. E' la più preziosa testimonianza dell'eterna rinascita della natura, che fa da contrasto con un corpo ancora secco e apparentemente privo di vita.

Per brindare a un simile evento in compagnia dei tradizionali kiscioeul, le frittelline di grano saraceno ripiene di Casera (varianti locali degli sciatt del fondovalle), e di una tagliata di manzo da tagliarsi con lo sguardo, abbiamo scelto il vino più territoriale possibile, perché proveniente dai vigneti terrazzati poco sotto di noi, sulla collina rocciosa del Sassorosso.

Valtellina Superiore Docg "Sassorosso" 2009 A.Pelizzatti
Da uve chiavennasca, locale varietà del nebbiolo, questa etichetta entrata a far parte negli anni Ottanta della grande famiglia vinicola di Nino Negri e del GIV, è un grandioso rappresentante del "cru" del Grumello, uno dei 5 supervaltellinesi insieme al Sassella, all'Inferno, al Maroggia e al Valgella. Colore rosso granato scarico, ha profumo etereo di piccoli frutti rossi e di viole appassite, accompagnati da un coro di note speziate dolciamare di cannella, tabacco e cacao. In bocca è caldo e armonioso, asciutto e di ottima acidità, sapido e con una persistenza che, sorso dopo sorso, tiene il ritmo delle goccioline che seguitano a cadere, rare e leggere, sulla tavola.
Un vino territoriale buono e commovente, da non lasciarne sul fondo della bottiglia nemmeno una lacrima.
Voto: 88.